Per tutti i giovani

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LA VITA NUOVA

CATECHESI TENUTA DA GIOVANNA

Articoleremo la nostra riflessione sulla vita nuova in quattro punti: dapprima ci soffermeremo sull’annuncio di ciò che Dio ha fatto per noi: siamo diventati Cristo! Poi rifletteremo sulla realtà dell’uomo nuovo in rapporto all’uomo vecchio, secondo l’insegnamento di san Paolo. In un terzo momento vedremo quale deve essere la nostra collaborazione all’opera di Dio in noi. Infine mostreremo alcuni dei frutti di questa collaborazione tra Dio e noi nel rinnovamento della vita.

1)  Gioite! Siamo diventati Cristo!

“Quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Gal, 3. 27) dice San Paolo ai nuovi cristiani e a tutti noi. Il Battesimo ci ha associati a Cristo, fino a trasformarci in Lui. L’esperienza dell’Effusione ci ha donato una grazia speciale, quella di immergerci di nuovo nello Spirito Santo, ci ha donato la grazia di alimentare quel fuoco che brucia le nostre iniquità.

L’effusione non è un traguardo ma una partenza, perché ogni giorno ho bisogno di lasciarmi travolgere da quel “vento gagliardo” che simboleggia l’amore di Dio e ogni giorno devo alimentare quel “fuoco” che mi purifica dal peccato e che , nello stesso tempo, mi illumina e mi riscalda.

“Non spegnete lo Spirito” ci dice S. Paolo in 1Ts 5. 19

Solo conservando, per tutto il tempo del suo pellegrinaggio terreno, la forza dello Spirito, il discepolo di Gesù potrà essere come il suo Maestro (assumerà la forma di Cristo).

“Tanto che se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco ne sono nate di nuove” (2Cor 5, 17). Guardate la formulazione è estremamente sintetica e non parla di azione dell’uomo. Non dice: “se uno crede in Cristo o Se uno imita Cristo” ma dice “Se uno è in Cristo” vale a dire “se uno è inserito in Cristo” cioè se c’è questa identificazione con il Cristo, e questa identificazione può avvenire solo in modo sacramentale, grazie allo Spirito Santo infuso in noi nel Battesimo.

Ecco un pensiero stupendo di sant’Agostino:

«Rallegriamoci, rendiamo grazie a Dio, non soltanto perché ci ha fatti diventare cristiani, ma perché ci ha fatto diventare Cristo stesso. Vi rendete conto, fratelli, di quale grazia ci ha fatto Dio, donandoci Cristo come Capo? Esultate, gioite, siamo divenuti Cristo!”

Uniti a Cristo siamo dunque, partecipi della natura divina: “Dio, il quale ci ha chiamati con la sua gloria e la sua potenza. Egli ci ha donato quelle cose grandi e preziose che erano state promesse, perché anche voi, fuggendo la corruzione dei vizi di questo mondo, diventiate partecipi della natura di Dio” (2Pt 1, 3-4 )

E se siamo partecipi della natura divina siamo santi!

“Poiché sta scritto: Sarete santi perché io sono Santo” (1Pt 1, 14-15).

Spesso si è portati a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti. San Paolo, invece, parla del grande disegno di Dio e afferma: “In lui – Cristo – (Dio) ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E parla di noi tutti. La santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti. La misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua. E’ l’essere conformi a Gesù, come afferma san Paolo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo” (Rm 8,29).

“Avete rivestito l’uomo nuovo” (Col 3,10) aggiunge san Paolo ai Colossesi. Con il battesimo si è compiuto nel cristiano un cambiamento radicale, lo spogliamento di una personalità e della sua condotta e il rivestimento di una nuova. E’ una trasformazione che riporta il cristiano alla conoscenza e al possesso di Dio che il peccato aveva fatto perdere insieme con l’immagine divina. Il recupero di questa e il ritorno alla conoscenza di Dio ricreano l’uomo nuovo.

2)  Uomo vecchio e uomo nuovo

A questo punto vorrei fare una parentesi sulla c.d. “antropologia Paolina”.

Sono quattro i termini utilizzati dall’apostolo Paolo per parlare dell’uomo: uomo vecchio, uomo naturale, uomo carnale e uomo interiore.

In Rm 6,6 San Paolo parla di uomo vecchio: “l’uomo vecchio è stato crocifisso con Lui affinché noi non fossimo più schiavi del peccato”.

San Paolo ne parla pensando che l’uomo vecchio è l’uomo schiavo del peccato.

L’uomo schiavo del peccato è colui che non ha presente e non ha futuro. Dunque non vive, secondo San Paolo, perché è fuori dal tempo e dalla storia della salvezza. Lui vive e, apparentemente, gode dei beni di questa terra, facendo quello che vuole…; apparentemente è un uomo libero, apparentemente è un uomo che esercita un potere, ma in realtà, secondo la prospettiva biblica e spirituale, l’uomo vecchio è incapace di avere un presente e di avere un futuro secondo la prospettiva di salvezza.

Poi San Paolo parla dell’uomo naturale. 1 Cor 2, 14: “L’uomo naturale non comprende le cose dello Spirito di Dio”

L’uomo naturale è l’uomo fermo nella sua struttura umana. La struttura umana in sé è positiva, ma è chiaro che l’uomo non può giungere, solo con la sua struttura umana, con nessun ragionamento, a conoscere l’intima realtà di Dio. Se non si apre alla fede, alla speranza e alla carità… Vi ricordate cosa dice San Paolo in 1Cor 2 : “ciò che occhio non vide, ciò che orecchio mai udì, ciò che mai entrò nel cuore d’uomo, questo Dio c’è lo ha rivelato per mezzo del dono dello Spirito santo”.

L’uomo che si ferma soltanto alla propria logica, alla propria struttura umana, al proprio giudizio umano, ai propri schemi umani, è incapace di accogliere la grazia dello Spirito. Naturalmente qui stiamo parlando di questa natura umana condizionata dal peccato, La natura umana, se viviamo nella logica del peccato, si può opporre all’azione della grazia.

San Paolo parla poi dell’ uomo carnale. In Ef 3,1: “non ho parlato a voi come ad esseri spirituali ma carnali”. Con questo termine carne indica tutta quella dimensione dominata dall’egoismo: l’io al centro. Uomo carnale è quello che ha come criterio di giudizio della verità i suoi bisogni fisici, i suoi interessi, il suo piacere, il suo egoismo, la mania di potere ecc. Questi sono i criteri che usa per giudicare nella vita ciò che è bene e ciò che è male e noi sappiamo che l’uomo che giudica con questo criterio si trova nella logica del peccato. Il libro della Genesi dice che il peccato di Adamo è quello di non avere più bisogno di Dio, perché lui è autosufficiente, ha tutti gli strumenti per decidere, per fare, per operare. Naturalmente, l’uomo carnale è l’uomo ripiegato su se stesso.

Infine San Paolo parla dell’uomo interiore. In Ef 3, 16: “il Padre…vi conceda di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito”. L’uomo interiore è quell’uomo che ha il cuore nuovo, che accoglie la grazia dello Spirito, e per San Paolo è l’uomo autentico. È l’uomo che corrisponde al progetto di Dio perché Dio l’ha creato a sua immagine e somiglianza.

Dobbiamo dire una cosa, che l’uomo spirituale non è l’uomo già perfetto, pienamente maturo, ma è l’uomo che cammina verso la perfezione, verso la “piena maturità di Cristo” (Ef 4). Ciò significa che l’uomo spirituale cresce nella sua autenticità, secondo il progetto di Dio, sensibile a un processo permanente di conversione. Conversione diventa un processo permanente, perché, sempre, dentro l’uomo interiore sonnecchia l’uomo vecchio e, se quest’uomo vecchio è sollecitato, riprende il dominio e riemerge.

3)  La nostra collaborazione

Il Battesimo, dunque, non è un rito magico per cui l’uomo viene magicamente trasformato in un’altra realtà. Se non c’è collaborazione e accoglienza di questo dono, questa grazia non porta frutto. E’ vero dunque che grazie allo Spirito Santo effuso nei nostri cuori ci siamo rivestiti di Cristo però è anche vero che con il Battesimo non si esaurisce la vita cristiana ma inizia una storia di relazione che chiede di crescere e maturare. Ecco perché San Paolo a volte dice “Vi siete rivestiti di Cristo” (Ef 4,22-24) e altre volte usa l’imperativo: “rivestitevi di Cristo”.(Col 3,9-1O).

Cosa vuole dire l’esistenza di questa duplice serie di espressioni?

Ci dice che il passaggio dall’uomo vecchio all’uomo nuovo è, nello stesso tempo, opera nostra e opera di Dio, opera da compiere e opera già compiuta.
Prima che una decisione, o un programma ascetico, la realizzazione dell’uomo nuovo è un grandioso avvenimento accaduto nella storia e il cui effetto ci ha raggiunto, singolarmente, nel Battesimo.

E’ Dio che interviene nella loro nostra vita: “non siete stati voi che avete scelto me, ma io ho scelto voi”. L’iniziativa è di Dio. Il cristiano, però, deve disporsi ad accogliere lo Spirito Santo, per non rimanere indifferente a questo dono. Ricordate San Paolo (Rm 8,14): “Coloro che sono condotti dallo Spirito questi sono figli di Dio”. San Paolo non dice che sono figli di Dio coloro che “hanno ricevuto” lo Spirito – questo non è sufficiente – ma coloro che si lasciano “guidare, condurre” dallo Spirito Santo.

Dunque noi riceviamo forza dall’alto, per mezzo della quale veniamo rafforzati, e se ci lasciamo afferrare dallo Spirito saremo senz’altro disposti ad accogliere l’iniziativa di Dio e cresceremo nella comunione con Lui.

Lo scopo della preghiera di effusione è proprio quella di essere “Rafforzati potentemente”. Lo Spirito in noi è una potenza! È una forza! Ricordate At 1, 8:Riceverete forza dall’alto”.

Ecco perché costantemente invochiamo il dono dello Spirito Santo. Ecco perché costantemente abbiamo bisogno di pregare, di ascoltare, di celebrare l’eucaristia, di aggiungere forza con il sacramento della confessione, di far rifiorire i vincoli della fraternità…

La vita cristiana è una realtà in divenire è una storia di relazione che chiede di crescere e maturare. Se noi accettiamo questo dono, ecco che scegliamo di conformare la nostra volontà alla volontà di Dio. In poche parole l’uomo, che vive nello Spirito, che si lascia dirigere dallo Spirito, cresce nell’obbedienza a Dio.

4)  I frutti

Quali sono i frutti della vita nuova? In che modo possiamo renderci conto di essere passati dalla vita vecchia a quella nuova? Possiamo indicare cinque frutti: l’obbedeinza, lamore fraterno, la comunione, la preghiera, la gioia.

a)  L’obbedienza

Il primo frutto dell’azione direttiva dello Spirito, come abbiamo cominciato a vedere, è l’obbedienza a Dio.

Nella scrittura l’obbedienza non è mai l’obbedienza militare. Dio non chiede mai a nessuno la cosiddetta obbedienza cieca. L’obbedienza presuppone l’amore e la libertà e se non c’è amore e libertà non c’e l’obbedienza evangelica. Cristo obbediva al Padre non perché era costretto dal Padre, ma perché lo amava e liberamente gli obbediva.

Allora comprenderemo anche cosa significa “Cristo imparò l’obbedienza….”

L’obbedienza si impara, è una scuola di vita. E’ un processo di liberazione. Chi entra nell’obbedienza è una persona felice, perché capisce quale è la volontà di Dio, perché in ogni circostanza ” mio cibo è fare la volontà di Dio “.“Obbedienza” vuol dire “ascolto”: “ob–audire”. “Audire” è “ascoltare”, “ob” è una preposizione che rafforza il verbo; è un ascolto vero. Obbediente è colui che ascolta davvero.

Pensate nei casi dei bambini, quando li si rimprovera perché fanno qualcosa di sbagliato e ci si accorge che non ascoltano; quando hanno ripetuto lo stesso sbaglio si richiamano: “Ma allora non hai ascoltato. Con chi ho parlato? Non mi senti quando parlo?”. Non ha obbedito perché non ha ascoltato. Il problema vale anche per noi che siamo grandi; anche noi ascoltiamo il Signore, lo ascoltiamo continuamente nelle nostre preghiere, nelle nostre letture, nelle nostre celebrazioni; ma quell’ascolto diventa vita?

Il suo stile diventa il nostro stile? Se non facciamo quello che abbiamo visto in lui non siamo obbedienti, perché l’ascolto non può essere superficiale; bene ascolta chi nota, ricorda, assimila e vive.

E’ la Parola di Dio che introduce in una sempre più profonda e personale conoscenza di Dio. Chi infatti non conosce le Scritture non conosce Cristo. Chi, invece, ascolta la Parola di Dio conosce il cuore di Dio. La Parola di Dio accresce la fiducia in Dio e quindi la disponibilità di lasciarsi usare dallo Spirito. Se ci nutriamo della Parola di Dio con maggior intensità e desiderio, sicuramente sapremo abbandonarci all’azione sorprendente dello Spirito Santo, che distribuisce i suoi doni e carismi per l’edificazione comunitaria.

La Parola di Dio è lampada ai nostri passi che ci abilita al discernimento spirituale, così da poter riconoscere ciò che “è buono e giusto “ e proviene da Dio, rispetto a tutto ciò che non appartiene alla Sua volontà.

Obbedendo a Dio realizziamo la nostra salvezza.

Se davvero ascoltiamo (obbediamo) Cristo, saremo rinnovati nello Spirito e rivestiremo l’uomo nuovo.

b)  L’amore fraterno

Proprio quando scopriremo nel nostro cuore, non solo l’amore con cui Dio ci ama, ma anche l’amore con cui Dio ci fa amare lui e il prossimo; è una capacità nuova di amare. La vita nuova, è la grazia, è il Comandamento Nuovo, è l’amore di Dio e del prossimo “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” (1 Gv 3,14). L’amore donato da Dio è qualcosa di tanto nuovo, che ci rende creature totalmente nuove, figli di Dio, capaci di amare come ama Dio.

Sant’Agostino, nella sua intuizione, ha dato la regola molto semplice: “Ama e fa ciò che vuoi”. Per la verità questa frase molto spesso è stata fraintesa, persino riducendola “in amore tutto è consentito”. Tale frase non è un’esaltazione del sentimentalismo e del capriccio personale ma è un’esortazione alla responsabilità per il bene comune.

Quando Agostino dice “ama e fa ciò che vuoi”, intende per “amore” il saper conformare la propria volontà a quella di Dio. Se faccio ciò che mi “pare e piace” sono schiava dell’egoismo, ma se faccio l’esperienza dell’amore assoluto di Dio per me, gli altri non sono oggetto del mio desiderio ma sono persone da amare. Sarò disponibile a servire l’altro e non a servirmi dell’altro.

Allora ecco il significato delle parole di Sant’Agostino: sii conforme alla volontà di Dio, compi sempre il bene e ciò che a lui piace e poi tutto è a lui gradito.

Chi è guidato dall’amore, chi vive la carità, è guidato da Dio, perché Dio è amore.

Lo Spirito Santo ha scritto la legge nuova nei nostri cuori, infondendo in essi l’amore: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5,5).

La frase con cui Luca descrive il prodigio della Pentecoste: “Tutti furono pieni di Spirito Santo” (At 2, 5), si deve intendere così: “Tutti furono pieni dell’amore di Dio”. Gli apostoli fecero, per la prima volta nella loro vita, una esperienza travolgente dell’amore di Dio. Un vero battesimo, o un naufragio, nell’oceano infinito dell’amore trinitario. La legge nuova dunque è essenzialmente l’amore.

Nell’ultima cena Gesù, dopo aver lavato i piedi agli apostoli che stavano per abbandonarlo, tradirlo, rinnegarlo, può dire: “Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi… Vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13, 12-34).

Gesù ha detto che il distintivo dei veri cristiani non è la croce portata al collo, non sono il numero di preghiere, neppure il numero delle comunioni che facciamo e dei rosari che recitiamo, ma l’amore scambievole: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”(Gv 13,35).

Gesù perfeziona il comandamento antico di “amare il prossimo come se stesso” (Lv 19,18). Per Gesù il prossimo non è solo il proprio popolo, come pensavano gli Ebrei, ma tutti gli uomini, perché tutti fratelli e figli di Dio. Soprattutto la misura dell’amore non è più “come te stesso”, ma “come io ho amato voi”.

Ogni amore vero viene da “Dio Amore”, è una manifestazione dell’amore che c’è in Dio, è dono dello Spirito Santo, è lo stesso amore tra Padre, Figlio e Spirito Santo che circola in noi. Il nostro amore deve essere come quello di Gesù: concreto,universale, continuo, gioioso, fatto di disponibilità, di servizio, di sacrificio, di perdono. Ecco la sintesi dell’amore fatta dal discepolo dell’amore: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità… Se uno dicesse: – Io amo Dio- e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello” (1Gv 3,16-18, 4, 19-21).

A questo punto bisognerebbe meditare la commovente parabola del Buon Samaritano (Lc 10,30 ss.), l’inno stupendo di san Paolo alla carità (1 Cor13) e questo insuperabile esame di coscienza di Giovanni, apostolo dell’amore:

“Fratelli, anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo. La carità non abbia finzioni: amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Siate solleciti per le necessità dei fratelli, premurosi nell’ospitalità. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite. Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Non rendete a nessuno male per male. Per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi. Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere” (Rm 12, 5…21).

Per essere genuina, la carità cristiana deve dunque, partire dall’interiore, dal cuore; le opere di misericordia dalle viscere di misericordia. Il cristiano diceva San Pietro, è colui che “ama di vero cuore”: ma con quale cuore? Con il cuore nuovo. Ora questo cuore nuovo è in noi, bisogna farlo entrare in azione, esercitarlo e così partecipiamo all’azione divina. Dobbiamo distruggere l’inimicizia, togliere il veleno dai nostri giudizi. Come una mamma che guarda con obiettività il difetto del figlio sentendosi corresponsabile e desiderosa di aiutare il figlio a cambiare, così il nostro giudizio sui fratelli perché siamo membra gli uni degli altri, gli altri sono nostri. L’amore è l’unico debito che abbiamo con tutti: Rom 13, 8: “non abbiate nessun debito se non quello di un amore vicendevole”.

L’impegno in famiglia, nella Chiesa, nella società non deve essere un dominio ma un servizio. Agli apostoli che discutevano per decidere chi tra loro doveva avere il comando, ricorda che chi vuole essere primo si faccia ultimo, come “il Figlio dell’uomo che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,35-45).

L’uomo nuovo è libero dall’autoglorificazione. Gesù ci dice: “imparate da me che sono umile”. Cosa significa? L’umiltà perfetta è farsi piccoli per innalzare gli altri. Gesù è il re che si è messo la veste di servo, si è fatto piccolo per amore e invita noi a farci piccoli per amore, a lavare, come lui, i piedi ai fratelli.

L’umiltà-carità è la condizione perché la grazia data a ciascuno di noi non si disperda ma serva a costruire “il solo Corpo di Cristo” Rm 12, 5.

c)  La comunione

Una delle prove più grandi dell’amore concreto di Gesù per noi, dopo la croce, è l’Eucaristia. L’Eucaristia è il vero sacramento dell’amore di Dio e del prossimo, perché realizza la comunione verticale con Dio e la comunione orizzontale con i fratelli. San Paolo dice: «Il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il corpo di Cristo?Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 10, 16-17). In questo brano la parola «corpo» designa la prima volta il corpo reale di Cristo, la seconda volta il suo corpo mistico.

Scrive S. Agostino: «Il Signore ci ha affidato, nella Eucaristia, il suo corpo e il suo sangue, facendo sì che noi stessi diventassimo il suo corpo. Infatti, anche noi siamo il suo corpo e così noi diventiamo ciò che riceviamo. Come vedete che è uno, il pane preparato da molti chicchi, così siate anche voi una cosa sola”. Come da molti grani si è formato un solo pane eucaristico, così si deve formare il corpo mistico di Cristo. Questo richiede impegno, un sacrificio continuo, la morte del nostro io, per fare nascere il noi. Chi, alla comunione, pretende di essere tutto fervore verso Gesù, dopo aver offeso un fratello senza chiedergli perdono, somiglia a uno che, incontrando un amico, si leva in punta di piedi per baciarlo in fronte, ma non si accorge che, intanto, gli sta calpestando i piedi con scarpe chiodate! I piedi di Gesù sono le membra del suo corpo. Il Cristo che viene a me, nella comunione, è lo stesso Cristo che va anche al fratello che è accanto a me; egli ci lega gli uni agli altri, mentre ci lega tutti a sé.

d)  La preghiera

Il Figlio di Dio si è fatto uomo per riconciliarci con Dio e lo ha fatto con la sua preghiera, poi con la sua parola e infine con il suo mistero pasquale di morte e risurrezione. Volendoci “rivestire di Cristo”, cioè conoscere e seguire i suoi atteggiamenti e insegnamenti profondi, dobbiamo iniziare a conoscere la sua preghiera, il suo rapporto intimo con il Padre. Dio è un padre e, come ogni padre, vuole avere un rapporto di amore con noi suoi figli. La preghiera è questo rapporto di amore. E’ Dio che mette nel nostro spirito il bisogno di rivolgerci a lui. Dio è sorgente della vita; per questo la preghiera è il respiro dell’anima: come il corpo non può vivere senza respirare, così l’anima non può vivere senza la preghiera. Ci sono tanti modi di pregare, ma ogni vera preghiera deve essere un dialogo d’amore con Dio.

Nella “vita nuova” è Cristo , il sole di giustizia, che sta al centro e regna, mentre il mio “io” si volge umilmente verso di lui, per contemplarlo, servirlo, per “amarlo e farlo amare”e ricevere da lui “lo Spirito e la Vita”.

Apriamoci all’azione dello Spirito Santo, che trasforma la nostra vita, per essere anche noi come tessere del grande mosaico di santità che Dio va creando nella storia, perché il volto di Cristo splenda nella pienezza del suo fulgore.

e)  La gioia

Il frutto di questo vivere per il Signore sarà la gioia! La gioia del Signore diventa la nostra, come Gesù stesso ha affermato: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. La gioia che si ha nel vivere “per il Signore” sfocia in ciò che San Paolo ama chiamare il vanto: “Noi ci vantiamo – dice – nella speranza della gloria di Dio” (Rm 5,2). Questo vanto o gloriarsi indica una fiducia profonda alla quale l’uomo si innalza gioiosamente e si esprime nella lode. Essa nasce dalla speranza della gloria di Dio e non viene meno neppure nella tribolazione, anzi trasforma in vanto la stessa tribolazione, ben sapendo che “le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi” (Rm 8, 18)

 

Conclusione

Cari Fratelli, giunti al termine di questo bel cammino del “Seminario di vita nuova nello Spirito” dobbiamo prendere una “decisione”, quella di riscegliere Gesù come unico Signore della nostra vita, affinché anche noi possiamo dire come San Paolo “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”.

Sciogliamo il sacramento “legato” perché da esso si sprigioni una forza nuova e si possano manifestare nella nostra vita e nella comunità, i carismi che sono dati a ciascuno di noi per l’utilità comune.

Affrettiamoci a prendere la nostra decisione. “E’ ormai tempo di svegliarci dal sonno!” Ricordando che tutti questi frutti non sono automatici, né presenti in ognuno allo stesso modo e allo stesso tempo. Esigono, come tutti i doni di Dio, di essere accolti e coltivati con costanza e perseveranza, anche passando attraverso l’aridità e la croce. Questo spiega perché, dopo l’entusiasmo e l’ebbrezza dei primi giorni, molti perdono le grazie ricevute con il “battesimo nello Spirito” e tornano alla vita di prima.

Ricordiamo le parole di Paolo in Gal 3, 1- 3: “O Stolti Galati! Dopo aver cominciato nello Spirito volete finire nella carne?”. Non permettiamo che l’ascolto della parola e l’esperienza dello Spirito, siano “vane”. Non possiamo permetterci più di perdere la Speranza, perché altrimenti ci comporteremmo come gli apostoli di Gesù che il giovedì santo, dopo aver ricevuto in dono l’Eucaristia, tra tradimenti, rinnegamenti e fughe, perdono la speranza. Lo dicono chiaramente i due discepoli di Emmaus: ”Noi speravamo fosse lui……”. Ma la speranza non delude! Ce lo ricorda Paolo in Rm 5,5 “La speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo del suo Spirito”.

Non abbiamo paura di tendere verso l’alto, verso le altezze di Dio; non abbiamo paura che Dio ci chieda troppo, ma lasciamoci guidare in ogni azione quotidiana dalla sua Parola, anche se ci sentiamo poveri, inadeguati, peccatori: sarà Lui a trasformarci secondo il suo amore.

Fissiamo nella nostra mente questa esortazione di Paolo in Fil 2, 15: “Siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere nella quale dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola di vita”. E’ questo un programma di vita eccezionale, in cui siamo chiamati ad essere schietti, limpidi, non mescolati a falsità, figli di Dio immacolati.

Termino con questo grido di vittoria di s. Paolo:

“Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezze, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,35-39).

 

 

 

 

 

Doni e carismi

b) Profezia

Più importante della glossolalia è, per Paolo, il carisma della profezia:
“Aspirate anche ai doni dello spirito, soprattutto alla profezia […] chi profetizza, parla agli uomini per la loro edificazione, esortazione e conforto. Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l’assemblea […]. Se tutti profetassero che sopraggiungesse qualche non credente o non iniziato, verrebbe convinto del suo errore da tutti, giudicato da tutti; sarebbero manifestati i segreti del suo cuore, e così prostrandosi a terra adorerebbe Dio proclamando che veramente Dio è fra voi” (1 Cor 14, 1-25).
L’esperienza di questo dono consiste in parole ispirate che un membro della comunità si sente spinto a pronunciare durante un’assemblea. Quando Paolo ricorda a Timoteo le profezie fatte a suo riguardo (cf. 1 Tm 1,18), si riferisce probabilmente a questi messaggi ispirati, pronunciati mentre si pregava su Timoteo, in occasione del suo battesimo della sua elezione, che rivelavano il disegno di Dio su di lui.
Talmente forte è in questi casi, il senso che sia Dio stesso a parlare, che il profeta non ha paura di usare formule come: “Dice il Signore…”, oppure, ancora più coraggiosamente: “Io vi dico: Io vi ho amato…”, dove però l’io non è quello di chi parla, ma di Dio in persona. Quando la profezia è autentica, l’assemblea percepisce in modo inequivocabile la presenza di Dio, una luce di verità viene gettata su una particolare situazione sugli stessi “segreti dei cuori”. Essa costringe ad esclamare: “Qui c’è Dio!”, o, se si tratta di un non credente: “Dio è fra voi!”. La predilezione che l’apostolo mostra per questo carisma dovuta al fatto che esso serve più di ogni altro alla edificazione della comunità, realizzando così la definizione stessa di carisma.

c) Discernimento degli spiriti

Il carisma della profezia dev’essere accompagnato, nel suo esercizio, da quello del discernimento degli spiriti:
“A un altro (viene dato) il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti” (1 Cor 12, 10).
Il discernimento ha assunto, nella storia della spiritualità cristiana, una molteplicità di significati di applicazioni. Ma il suo senso originario, inteso da Paolo, sembra essere molto preciso limitato. Riguarda la ricezione della profezia stessa, la sua valutazione da parte di uno o più membri dell’assemblea, anch’essi dotati di spirito profetico. Anche questo però non tanto sulla base di un’analisi razionale, quanto di un’ispirazione dello stesso Spirito. Il senso di discernere oscilla dunque tra distinguere e interpretare: distinguere se a parlare è stato lo Spirito di Dio o uno spirito diverso, umano o diabolico; interpretare che cosa lo Spirito ha voluto dire in una situazione concreta. A questo stesso dono del discernimento si riferisce la nota raccomandazione:
“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male” (1 Ts 5, 19-22).
L’esperienza di questo dono, consiste nella capacità dell’assemblea, o di alcuni in essa, di reagire attivamente alla profezia, esprimendo con l’esclamazione: “Confermo!”, o con altri piccoli segni del capo e della voce, approvazione per la parola profetica ascoltata; o mostrando, al contrario, con il silenzio col passare ad altro, un giudizio negativo. In questo modo, la vera e la falsa profezia viene a essere giudicata dai frutti che produce o non produce, come raccomandava appunto Gesù (cf. Mt 7, 16).

d) Insegnamento

Un altro carisma legato alla parola è quello dell’insegnamento (Rm 12, 7). Chi lo possiede ricevere la qualifica di maestro (cf. 1 Cor 12, 29; Ef 4, 11). A differenza della profezia, che indica una parola nuova di Dio, l’insegnamento indica invece la capacità di cogliere nuove implicazioni nella parola di Dio già conosciuta. Questo è il carisma che brilla, per esempio, nella migliore esegesi spirituale dei Padri.
Mentre l’annunciatore sta parlando, a un certo momento non deciso da lui, avverte una interferenza, come se un’onda di diversa frequenza si inserisse nella sua voce. Egli se ne accorge per via di una commozione che lo investe, una una forza e una convinzione straordinarie che riconosce chiaramente come non sue. La parola si fa più ferma, incisiva. Sperimenta un riflesso di quella autorità che tutti percepivano quando ascoltavano parlare Gesù. Se sta parlando, per esempio, del peccato, sente uno sdegno tale, uno zelo per Dio, come se Dio in persona l’avesse designato suo avvocato di fronte al mondo. Gli pare che, con quella forza, potrebbe resistere al mondo intero e far davvero “impazzire i colpevoli e tremare gli innocenti”. Se parla dell’amore di Dio o della passione di Cristo, la sua voce trasmette qualcosa del pathos stesso di Dio
L’apostolo Paolo descrive benissimo questo fatto:
“La mia parola il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1 Cor 2, 4-5)
“Il nostro vangelo, infatti, non si è diffuso fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con potenza, con Spirito Santo e con profonda convinzione, come ben sapete” (1 Ts 1, 5).
L’apostolo parla di un’esperienza comune a lui e agli ascoltatori. Difatti, quando si tratta sello Spirito che mette sulle labbra una parola, gli effetti, anche se di natura squisitamente spirituale, sono ben percepibili. L’ascoltatore è raggiunto in un punto dell’essere, dove non giunge nessun altra voce; si sente “toccato” e non di rado un brivido lo attraversa in tutto il corpo.
L’uomo e la sua voce, questo punto, scompaiono per far posto a un’altra voce. Si constata la verità del detto: “Il vero profeta, quando parla, tace”. Tace perché in quel momento non è più lui che parla, ma un altro. Si è fatto dentro di lui un misterioso silenzio; lui stesso e trascinato dalla parola che pronuncia, E se delle considerazioni umane cercano di trattenerlo dall’esternare un certo pensiero, sente nelle ossa “un fuoco ardente che non riesce a contenere” (cf. Ger 20, 9) e pronuncia quella frase il tono ancora più alto. Si rimane confusi e intimoriti davanti a Dio che dice al suo annunciatore, povera creatura peccatrice: “Tu sarai come la mia bocca” (Ger 15, 19).
Questo non avviene con la stessa intensità nel corso di un intero discorso o predica. Sono momenti. A Dio basta una frase, una parola. Annunciatore e ascoltatori hanno la sensazione come di gocce di fuoco che, a un certo punto, si mescolano alle parole del predicatore, rendendole incandescenti. Il fuoco è l’immagine che meno imperfettamente esprime la natura di questa azione dello Spirito. Per questo, a Pentecoste, egli si manifestò sotto forma di “lingue di fuoco che si dividevano e gli si posarono su ciascuno di loro” (At 2, 3). Di Elia si legge che “era simile al fuoco e la sua lingua bruciava come fiaccola” (Sir 48, 1), e nel libro del profeta Geremia Dio stesso dichiara:
“La mia parola non è forse come il fuoco – oracolo del Signore – e come un martello che spacca la roccia?” (Ger 23, 29).

3. I carismi delle opere

a) I miracoli

Una particolare manifestazione dello Spirito carismatico nella storia della salvezza e nella Chiesa, è quella che consiste nell’operare “segni e prodigi”. Accanto ai doni legati alla parola ed al governo, Paolo menziona un carisma particolare dello Spirito che consiste nel “potere di fare miracoli (alla lettera, dynameis, segni di potenza)” (1 Cor 12, 10). E l’autore della Lettera agli Ebrei scrive che la salvezza operata dal Signore è stata confermata da Dio “con segni e prodigi e miracoli di ogni genere e doni dello Spirito Santo” (Eb 2, 4).
A questa stessa manifestazione carismatica dello Spirito si riferisce probabilmente quello che l’apostolo chiama “dono della fede”, come spiega molto bene Cirillo di Gerusalemme:
“La fede è una sola, ma il suo genere e duplice. Vi è, infatti, una fede che riguarda i dogmi e della conoscenza e l’assenso dell’intelletto alle verità rivelate. Questa fede necessaria alla salvezza… ma c’è un altro genere di fede che è un dono di Cristo. È scritto infatti: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro I invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza; ad uno alla fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni. Questa fede, elargita dallo Spirito come un dono, non riguarda soltanto i dogmi, ma è anche causa di prodigi che superano tutte le forze dell’uomo. Chi ha tale fede potrà dire a questo monte: spostati da qui alla, e adesso si sposterà”.
Questa prerogativa dello Spirito di essere operatori di prodigi è tra le più attestate nella vita di Gesù e in quella della primitiva comunità cristiana. Forse l’idea dominante che la gente si era fatta di Gesù durante la sua vita, più ancora che quella di un profeta, era quella di un operatore di miracoli. Dalla lettura degli Atti degli Apostoli appare chiara l’importanza che rivestono guarigioni miracoli e prodigi nella Chiesa nascente. Paolo usa l’espressione opere di potenza per designare questo insieme di manifestazioni dello Spirito che più chiaramente arrecano l’impronta della divina potenza. Più volte accenna al ruolo determinante che hanno svolto nella sua missione apostolica. Cristo, dice, ha operato in lui, oltre che con parole, anche “con la potenza di segni e prodigi, con la potenza dello Spirito” (Rm 15, 19; cf. 1 Cor 2, 4).
Che pensare di questo fenomeno, il miracolo, che ha accompagnato tutta la storia della salvezza e continua ad accompagnare oggi la vita della Chiesa? Anzitutto che esso è una manifestazione dello Spirito, non dunque qualcosa lasciato al nostro gusto, o in potere della critica di accettare o meno. Fa parte di un atteggiamento di fede. Non, s’intende, l’accettare tutto ciò che viene spacciato per miracolo, ma almeno l’ammissione della possibilità dell’esistenza del miracolo
Il miracolo nella Bibbia non è mai fine a se stesso: tantomeno deve servire a innalzare chi lo compie e a mettere in luce i suoi poteri straordinari. Esso è un segno; deve servire a rivelare un significato.
Il significato del miracolo appare ambiguo nel Vangelo stesso. È visto ora positivamente, ancora negativamente: positivamente, quando esso è accolto con gratitudine, gioia e suscita fede in Cristo; negativamente, quando è richiesto, o addirittura preteso, per credere. “Se non vedete segni e prodigi, voi non credete” (Gv 4, 48), “I Giudei chiedono miracoli…” (1 Cor 1, 22).
La stessa ambiguità continua, sotto altra forma, nel mondo d’oggi. Da una parte c’è chi ricerca il miracolo a tutti costi; È sempre a caccia di fatti straordinari, si ferma essi e alla loro utilità immediata, come quando cercavano Gesù perché avevano mangiato e si erano saziati e desideravano mangiare ancora (Gv 6). Al versante opposto, ci sono quelli che non fanno alcuno spazio a questo carisma dello Spirito nella vita della Chiesa; lo guardano, anzi, con un certo fastidio, come se si trattasse di una manifestazione deteriore di religiosità, senza accorgersi che, in tal modo, si pretende di insegnare a Dio stesso quale sia la vera religiosità. Anche oggi, il miracolo ha una funzione provvidenziale bella, se accolto con gratitudine da Dio, come segno del suo amore per noi è come incentivo a credere; diventa ambiguo, se ci si ferma a esso.

b) Le guarigioni

Una particolare attenzione merita il carisma delle guarigioni, che è affine a quello dei miracoli (perché alcune guarigioni sono effettivamente miracolose) ma distinto da esso (perché altre guarigioni, più numerose, pur avvenendo per grazia di Dio, non sono propriamente “miracoli”, ossia non comportano una sospensione delle leggi fisiche).
Molti guardano oggi con disagio, se non con senso di rigetto, a queste guarigioni, quasi fossero esperienza di una religiosità ancora rozza e poco spiritualizzata. Diamo dunque uno sguardo a questo aspetto del ministero di Cristo, per vedere cosa esso dice a noi oggi.
Un terzo circa del vangelo parla di Gesù che guarisce i malati o risuscita i morti. Egli non guarisce principalmente per dimostrare qualcosa, ma perché è venuto “per salvare ciò che era perduto”, perché a compassione della gente, perché ama e vuole la vita, la libertà e la gioia delle sue creature accanto all’annuncio del Vangelo, la cura degli infermi occupa un posto fisso nei discorsi di invio:
“Li mando ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi” (Lc 9 2).
Nella Chiesa apostolica troviamo un rito apposito (più tardi annoverato tra i sette sacramenti) con cui ci si prende cura dei malati, convinti che “la preghiera fatta con fede salverà il malato” (Gc 5, 15). Un fattore importantissimo nella missione e propagazione del cristianesimo fu proprio il fatto che esso si preoccupava della salute del corpo, oltre che della salvezza dell’anima. Gesù era visto come “un medico costituito di carne e di Spirito”, il quale era in grado perciò di curare le anime e corpi.
Già nella vita di Gesù, queste guarigioni appaiono operate per la potenza dello Spirito Santo. Questa convinzione di un rapporto stretto tra la potenza dello Spirito delle guarigioni è testimoniata da san Paolo, che parla di un carisma specifico a ciò destinato:
“A un altro viene concesso il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito” (1 Cor 12, 9).
Proseguendo la nostra discesa lungo il tempo della Chiesa, notiamo un’evoluzione, a proposito di questo ministero evangelico. Il dono delle guarigioni viene a configurarsi sempre più come un carisma straordinario, legato alla santità della persona che lo esercita, perché fa di lui un taumaturgo, un operatore di miracoli. Le guarigioni miracolose diventano appannaggio di persone particolari, i santi, oppure di luoghi particolari, i santuari.
D’altra parte, i cristiani hanno creato in ogni tempo ogni sorta di istituzioni benefiche per alleviare le sofferenze degli infermi: ospedali, lebbrosari, lazzaretti eccetera. È un aspetto grandioso dell’attività della Chiesa lungo i secoli. Solo che il carisma delle guarigioni si è istituzionalizzato, si è trasformato cioè in istituzioni. Qualcosa, in questo processo pur benefico in sé, è andato perduto. L’uomo ha due mezzi per raffrontare i suoi problemi, e in primo luogo la malattia: la natura e la grazia. Natura indica, in questo caso, la scienza, la tecnica, la medicina: tutte le risorse, insomma, che l’uomo ha ricevuto da Dio nella creazione e che ha sviluppato con la sua intelligenza; grazia indica la fede e la preghiera con cui si ottiene a volte, se è volontà di Dio, la guarigione, al di là dei mezzi umani. È esclusa ogni altra via, che non appartenga all’una o all’altra di queste due, come, per esempio, la magia e altre forme ambigue praticate dai cosiddetti guaritori di professione.
Il cristiano, di fronte alla malattia, non può limitarsi a utilizzare solo la natura, la medicina. Egli ha un potere tutto suo che gli è stato dato da Cristo: “Diede loro il potere di guarire ogni sorta di malattia e d’infermità” (Mt 10,1). Non deve peccare di omissione, tralasciando di ricorrere a questo potere, dando così una speranza a coloro cui la scienza nega ogni speranza.
È un fatto impressionante il riapparire, in molte chiese cristiane, del carisma delle guarigioni, inteso nel senso paolino, cioè come un dono gratuito fatto ad alcuni credenti, non necessariamente in forza della loro particolare santità, ma per l’utilità comune E soprattutto per la fedeltà di Dio nel compiere le promesse fatte da Cristo. Si tratta di un settore delicato, esposto facilmente a manipolazioni e abusi di ogni tipo, per cui non si apprezza mai abbastanza, in questo caso, la prudenza e la vigilanza della Chiesa, quando esse tendono a disciplinare, non a soffocare questo carisma. Una garanzia di autenticità è il mantenimento di quell’equilibrio, che vediamo sempre nel ministero di Gesù, tra annuncio del Vangelo e cura degli infermi. La preghiera per la guarigione non deve diventare mai fine a se stessa, staccata dal momento dell’annuncio, ma piuttosto un’occasione di annuncio.
Tra le malattie, alcune sono del tutto incolpevoli. Altre possono essere, in parte, frutto anche di colpa nostra, come le varie dipendenze: da alcol, droga, disordine alimentare, abusi nel campo della sessualità. Vi sono malattie che si radicano nell’inconscio e nella memoria che sembrano, quindi, malattie più dell’anima che del corpo, ma che incidono profondamente anche sulla nostra vita fisica: paura della morte, disturbi derivanti da un cattivo rapporto con un padre autoritario o una madre possessiva; complessi, aggressività, insicurezza. In questa scia si collocano la non accettazione di sé o degli altri; la depressione, lo scoraggiamento è la tristezza cronica; rancori, risentimenti viscerali.
Quando si tratta di malattie psicologiche profonde, in cui è coinvolta in qualche modo la libertà del malato, È necessario che l’infermo collabori con l’azione dello Spirito, rimuovendo certi ostacoli, soprattutto pentendosi e perdonando, se ha qualcosa da perdonare. Una grande importanza, in questo campo, ha l’accostarsi bene, con fede, ai sacramenti. In essi ci è dato, nella fede, di toccare ancora “il mantello di Gesù” per essere guariti (cf. Mt 9, 21). Ed anche la Parola di Dio può essere uno strumento potente di guarigione.
E i tanti che, nonostante tutta la fede, l’intensa preghiera, le liturgie di guarigione, non sono risanati? Di chi è la colpa? Ci sono alcuni che rispondono: per la loro mancanza di fede, o di quelli che pregano su di loro. Ma se fosse così, bisognerebbe concludere che i santi erano tra quelli che avevano meno fede, perché spesso hanno dovuto sopportare ogni sorta di malattie. La sana dottrina della Chiesa è che la potenza dello Spirito Santo non si manifesta solo in un modo: eliminando il male, guarendo, ma anche dando la capacità, e talvolta perfino la gioia, di portare con Cristo la propria infermità, completando così ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa,
In conclusione, noi possiamo sempre chiedere allo Spirito Santo di guarirci. Ma se egli non lo fa, non siamo costretti a concludere che non abbiamo fede, che Dio non ci ama, che ci castiga, ma solo che ci vuole fare un dono più prezioso, anche se è più difficile da accogliere. La salute recuperata, un giorno si perderà di nuovo, ma il merito di aver sopportato con pazienza resta in eterno.

4. L’esercizio dei carismi

È vero che il carisma non è dato a causa della santità o in vista della santità di una persona, ma è vero anche che esso non si mantiene se non riposa sul terreno della santità personale:
“Come non è possibile mantenere accesa una lampada senza olio, così è impossibile mantenere accesa la luce dei carismi senza un’attitudine capace di nutrire il bene con comportamenti adeguati, con parole, maniere, costumi, concetti, pensieri convenienti. Ogni carisma spirituale, infatti, ha bisogno dell’attitudine a esso connaturale che incessantemente versi in esso, come olio, la materia spirituale per poter permanere nell’ambito di colui che lo ha ricevuto in suo possesso”.
Accenniamo ad alcuni degli atteggiamenti o virtù che più direttamente contribuiscono a mantenere sano il carisma via farlo servire per l’utilità comune.
La prima virtù dell’obbedienza. La norma ultima dei carismi Gesù Cristo. In lui vediamo perfettamente conciliate l’obbedienza al Padre e la libertà nello Spirito. Nel nostro caso parliamo di obbedienza soprattutto all’istituzione, a chi esercita il servizio dell’autorità. I veri profetici e carismatici nella storia della Chiesa cattolica, anche recente, sono stati quelli che hanno saputo attendere, obbedendo e tacendo, prima di vedere le loro proposte accolte poste, anzi, in alcuni casi, a base del rinnovamento della Chiesa.
La seconda virtù è l’umiltà. L’umiltà custodisce carismi. Essa permette a questa grazia di Dio di passare di circolare dentro la Chiesa e dentro l’umanità, senza disperdersi o contaminarsi. Ma è vero anche l’opposto, e cioè che il carismi custodiscono l’umiltà. Non tutti abbiamo tutti i doni: non tutti sono apostoli, non tutti sono profeti e via dicendo. La conseguenza immediata è che ognuno di noi non è il tutto, ma solo sempre e radicalmente un frammento. È colpita così alla radice la autosufficienza dell’uomo.
La terza virtù (ma la prima per importanza) è la carità. Commentando la dottrina di Paolo sui carismi, Agostino fa una riflessione illuminante. A sentire nominare tutti quei meravigliosi carismi (profezia, sapienza, discernimento, guarigioni, lingue), qualcuno – nota – potrebbe sentirsi triste ed escluso, perché pensa che lui non possiede nulla di tutto questo. Ma, attenzione, prosegue il santo:
“Se ami, quello che possiedi non è poco. Se, infatti, tu ami l’unità, tutto ciò che in essa è posseduto da qualcuno, lo possiedi anche tu! Bandisci l’invidia e sarà tuo ciò che è mio, e se io bandisco l’invidia, e mio ciò che possiedi tu. L’invidia separa, la carità unisce. Soltanto l’occhio, nel corpo, ha la facoltà di vedere; ma è forse soltanto per se stesso che l’occhio vede? No, esso vede per la mano, per il piede e per tutte le membra… Soltanto la mano agisce nel corpo; essa però non agisce soltanto per se stessa, ma anche per l’occhio. Se sta per arrivare un colpo che ha di mira, non la mano, mai il volto, forse che la mano dice: Non muovo, perché il colpo non è diretto a me?”.
Ecco svelato il segreto per cui la carità è “la via migliore di tutte” (1 Cor 12, 31): essa mi fa amare la Chiesa, o la comunità in cui vivo, e nell’unità tutti carismi, non solo alcuni, sono miei. Anzi, c’è di più. Se tu ami l’unità più di quanto la amo io, il carisma che io possiedo è più tuo che mio. Supponiamo che io abbia il carisma di annunciare il Vangelo. Posso compiacermene o vantarmene (è un’ipotesi tutt’altro che astratta!) e allora divento “un cembalo squillante” (1 Cor 13, 1): il mio carisma “a nulla mi giova”, mi ammonisce l’apostolo, mentre a te che ascolti, esso non cessa di giovare, nonostante il mio peccato. Per la carità, tu possiedi senza pericolo ciò che un altro possiede con pericolo. La carità moltiplica davvero i carismi; fa del carisma di uno il carisma di tutti.

Per la meditazione personale:

1 Cor 12

1 Ts 4, 19-22

1 Cor 2, 4-5: 1 Ts 1, 5

1 Cor 14

Lc 9, 2; Gc 5, 15

1 Cor 13

 

 

 

 

 

 

Doni e carismi (parte I)

Seguendo ciò che scrive Raniero Cantalamessa nel suo bel libro Il canto dello Spirito (ed. Ancora, Milano 1997), vorrei prendere lo spunto dall’inno “Veni Creator”. Esso, nella seconda strofa, si rivolge allo Spirito Santo con l’appellativo: “Dono di Dio altissimo” e poi nella strofa seguente gli dice:
“Datore dei sette doni, dito della destra di Dio, solenne promessa del Padre, tu poni sulle labbra la parola”
L’idea fondamentale è questa: lo Spirito Santo è allo stesso tempo “il Dono”, ossia il principio dell’attività santificante di Dio nel cristiano, e “il datore dei doni”, ossia il principio dell’attività carismatica nella Chiesa.

1. Il dono è lo Spirito

Prima di parlare dei “doni” dello Spirito, dunque, dobbiamo parlare del “dono” che è lo Spirito. Innumerevoli sono i passi del NT in cui lo Spirito Santo è presentato, direttamente o indirettamente, come il dono di Dio.
“Se tu conoscessi il dono di Dio…”, dice Gesù alla Samaritana (Gv 4, 10) e il contesto, che parla dell’acqua viva, fa intendere chiaramente che si allude allo Spirito Santo (cf. Gv 7, 38 s).
“Dono di Dio” viene chiamato, negli Atti degli Apostoli, lo Spirito Santo stesso: “Pentitevi […] dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2, 38; cf. 8, 20; 10, 45),
Qui, l’espressione “dello” Spirito Santo significa sia il dono di cui lo Spirito Santo è il datore, sia il dono che è lo stesso Spirito Santo. In questo caso, il dono dello Spirito Santo non è altri che lo Spirito Santo stesso. Altre volte invece chi fa il dono e il dono stesso sono distinti e lo Spirito Santo appare come il dono che il Padre e il Figlio hanno fatto ai credenti:
“Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito” (1 Gv 4, 13).
Sant’Agostino insegna che il nome proprio dello Spirito Santo è “Dono”. Infatti anche il Padre è spirito ed è santo; ed anche il Figlio è spirito ed è santo. Ciò che caratterizza la terza persona della Trinità non è dunque l’essere spirito e l’essere santo, ma l’essere “l’ineffabile comunione tra il Padre e il Figlio”.
San Tommaso, sulla scia di Agostino, illustra così questo mistero:
“Il primo dono che noi accordiamo alla persona che amiamo è l’amore stesso, che fa sì che gli vogliamo bene. Così l’amore costituisce il dono primario in forza del quale vengono donati tutti gli altri doni che gli offriamo. Perciò, dal momento che l Spirito Santo procede come amore, procede come dono primario”.
Di conseguenza, lo Spirito Santo quando viene nei nostri cuori, effonde la carità perché effonde se stesso! Il dono di Dio è il Donatore stesso. Noi amiamo Dio per mezzo di Dio e amiamo il prossimo con l’amore di Dio.
La “grazia di Dio” è anzitutto il dono dello Spirito Santo, in quanto comunicato a noi, come principio di vita nuova e come legge nuova. La grazia santificante è l’inabitazione nell’anima della stessa persona dello Spirito Santo e, con lui, dell’intera Trinità, anche se poi lo stesso Spirito crea in noi le condizioni adatte che ci predispongono ad accogliere e vivere la sua vita. Infatti lo Spirito Santo non infonde in noi solo il “dono di Dio”, ma anche la capacità e il bisogno di donarci. CI contagia, per così dire, con il suo stesso essere. Egli è il “donarsi” e dove giunge crea un dinamismo che porta a farsi, a sua volta, dono per gli altri.
“L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5, 5).
La parola “amore” indica sia l’amore di Dio per noi, sia la capacità nuova di amare Dio e i fratelli. Indica “l’amore per cui diventiamo amanti di Dio”. Lo Spirito Santo non infonde, dunque in noi solo l’amore, ma anche l’amare. La stessa identica cosa si deve dire a proposito del dono: venendo in noi lo Spirito non reca solo il dono di Dio, ma anche il donarsi di Dio. Lo Spirito Santo è davvero l’acqua viva che, ricevuta, “zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14), cioè rimbalza e si effonde su chi ci sta intorno.

2. I doni dello Spirito

La lettera agli Efesini, dopo aver presentato ciò che nella Chiesa è uno e identico per tutti, cioè i sacramenti e le virtù teologali di fede, speranza e carità: “Un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza, un solo Signore, una sola fede, sin solo battesimo, un solo Dio Padre” (cf. Ef 4, 4-6), passa a elencare ciò che invece è diverso e proprio di ciascuno:
“A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: ‘Ascendendo al cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini’” (Ef 4, 7-8).
Questo momento di passaggio dall’intero dello Spirito al suo rifrangersi in una grandissima varietà di effetti e doni particolari, ha trovato espressione in alcune immagini suggestive. Una è quella della pioggia che scende unica e indivisa dal cielo, ma fa germogliare le più diverse e variopinte specie di fiori; appunto come lo Spirito Santo che, “pur essendo uno solo, conferisce a ciascuno la grazia, così come vuole”.
Un’altra immagine è quella della luce che
“piove di cosa in cosa
e i color vari suscita
dovunque si riposa”
Il rapporto tra luce e colori è forse quello che meglio esprime la natura del rapporto tra la grazia e i carismi. Siamo giunti così a quella che san Basilio chiama l’organizzazione della Chiesa:
“E l’organizzazione della Chiesa, non è chiaro e incontestabile che è opera dello Spirito Santo? Egli stesso ha dato alla Chiesa, ‘in primo luogo agli apostoli, in secondo luogo i profeti, in terzo luogo i maestri; poi vengono i miracoli, doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue’ (cf. 1 Cor 12, 28). Questo ordine è organizzato secondo la diversità dei doni dello Spirito”.
Due elementi contribuiscono a definire cos’è il carisma. Primo, il carisma è il dono dato “per l’utilità comune” (1 Cor 12, 7). Non è in altre parole, destinato principalmente e ordinariamente alla santificazione della persona, ma al “servizio” della comunità (cf. 1 Pt 4, 10). Secondo, il carisma è il dono dato “a uno”, o “ad alcuni” in particolare, non a tutti allo stesso modo.
In alcuni carismi prevale l’aspetto di dono “per l’utilità comune”, in altri quello di dono “particolare”. Ma nessuno di questi due elementi, preso separatamente, spiega tutti i casi in cui ricorre nel NT il termine carisma. Paolo chiama, per esempio, carisma il matrimonio e la verginità (1 Cor 7, 7), non perché essi sono doni dati principalmente per il servizio è l’utilità degli altri (sono piuttosto modi stabili di vivere la grazia, vocazioni diverse), ma perché, in questo campo, ciascuno hai proprio dono da Dio, chi in un modo chi in un altro.
Solo tenendo conto di questa duplice caratteristica del carisma, si capisce l’uso che del termine fanno i Padri della Chiesa, i quali nell’elencare i carismi, mettono insieme, sapienza, profezia, potere di scacciare i demoni, chiaroveggenza nell’interpretare le scritture, continenza volontaria; cioè, sia doni destinati all’utilità comune, sia doni di santificazione, quando questi sono dati a qualcuno e non a tutti allo stesso modo. Si capisce anche come mai la Chiesa parla oggi delle varie forme di vita consacrata come di altrettanti carismi.
E’ poi necessario distinguere i carismi da quelli che siamo abituati a chiamare “talenti”, come capacità umane – magari trasformate dalla grazia. Mai il NT si riferisce a questi chiamandoli carismi. Carisma è sempre una manifestazione di potere soprannaturale. I talenti sono spesso ereditari, i carismi mai. Il carisma può trovare il suo “supporto” in un dono e in un’attitudine, ma è altra cosa da essa. Scrive san Massimo il Confessore:
“La grazia del Santissimo Spirito non opera la sapienza nei santi senza un intelletto capace di accoglierla. Né conoscenza senza una potenza razionale che la riceva. Né fede, senza la piena certezza dell’intelletto e della ragione riguardo alle realtà future; e tuttavia nessun uomo possederà qualcuna delle cose sopra elencate per una qualche potenza naturale, senza che sia la divina potenza a concederle”.
Come divinità e umanità in Cristo, così carismi e talenti naturali non vanno separati, ma neppure confusi.

3. La varietà dei carismi

Dopo aver dato queste sommarie spiegazioni, vogliamo soffermarci su alcuni particolari carismi. Dividiamo la trattazione in tre punti: i carismi del governo, quelli della parola e quelli delle opere.

A. I carismi del governo

In uno dei documenti più importanti del Concilio Vaticano II leggiamo:
“Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e adorna di virtù, ma ‘distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a lui’ (cf. 1 Cor 12, 11), dispensa pure, tra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi opere e uffici, utili a rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: ‘A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune’ (1 Cor 12, 7). E questi carismi, straordinari o anche più semplice più comuni, siccome sono soprattutto adattati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione”.
In questo testo, i carismi sono intesi come grazie permanenti con le quali i fedeli si rendono adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento e allo sviluppo della Chiesa. Possono essere l’ufficio di catechista, di padre o di madre di famiglia, di sposo o di sposa, di Sacerdote, di persona consacrata a Dio, di missionario, di insegnante…
Riecheggiano qui le parole della Prima lettera di Pietro:
“Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen” (1 Pt 4,10-11).
E della lettera ai Romani:
“Abbiamo pertanto doni diversi, secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero, attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia” (Rm 12, 6-8).
E della Lettera agli Efesini:
“È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri per rendere idonei i fratelli a compiere un ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,11).
Per l’utilità comune, lo Spirito suscita anzitutto il carisma degli Apostoli, conferito direttamente da Cristo. Gli Apostoli sono la massima autorità di governo nella Chiesa. Mossi dallo Spirito Santo, essi hanno costituito nelle comunità i Vescovi, come loro successori, i Presbiteri, che sono collaboratori dei Vescovi nell’esercizio del sacerdozio, e i Diaconi, collaboratori dei Vescovi nel servizio. Questi tre gradi dell’ordine sacro costituiscono la struttura gerarchica della Chiesa.
Ad essi, tuttavia, si affiancano i fedeli che hanno ricevuto dallo Spirito Santo un dono particolare e che, a vario titolo, cooperano nel governo delle comunità cristiane, nei ministeri istituiti – come quelli dei Lettori e degli Accoliti – o nei ministeri di fatto – come quelli dei catechisti, dei cantori, degli operatori della carità, ecc.
L’errore clericale consiste nel ritenere che gli unici carismi siano quelli conferiti con l’Ordine sacro e che i sacri ministri (cioè il clero) siano gli unici protagonisti della vita comunitaria, a cui si affiancano pochi laici, da essi scelti, come collaboratori. Si dimentica così che la comunità cristiana è guidata dallo Spirito di Dio, che dona i suoi carismi con fantasia e libertà.
Il Concilio Vaticano II ha riportato i carismi al centro della Chiesa. Essi fanno parte dell’intima natura della Chiesa che gerarchica e carismatica, istituzione il mistero, che non vive solo di sacramenti ma anche di carismi. È come se venissero riattivati, nella pratica, tutti e due i polmoni della Chiesa. Vengono riaffermate le due direzioni da cui soffia lo Spirito: dall’alto, attraverso i sacramenti istituiti da Cristo e affidati al ministero apostolico, e dal basso, dalle cellule del corpo, che sono i membri della Chiesa. La Chiesa completa, organismo vivo, irrorato dallo Spirito, è l’insieme di questi due canali, o il risultato delle due direzioni della grazia. I sacramenti sono il dono fatto a tutti per l’utilità di ciascuno, il carisma è il dono fatto a ciascuno per l’utilità di tutti; i sacramenti sono i doni dati all’insieme della Chiesa per santificare i singoli, I carismi sono doni dati ai singoli per santificare l’insieme.
Il testo del Vaticano II non è rimasto solo un bel documento del magistero. I carismi tipici della Pentecoste non sono rientrati solo nella teologia, ma anche nella vita della Chiesa. E la nostra comunità, costituita da laici e guidata da laici, ne è un esempio. Essa è in comunione con la gerarchia della Chiesa, giacché il vescovo la riconosce, e designa un presbitero come consigliere spirituale. Ma la comunità non potrebbe sussistere senza una sua struttura di governo, costituita dal presidente e dal consiglio pastorale, ossia da persone alle quali lo Spirito Santo ha fatto un dono di governo per l’utilità comune.

B. I carismi della parola

Il termine “carisma”, in senso più ristretto, indica poi un dono particolare, e designa in genere “azioni straordinarie” che lo Spirito Santo concede di compiere. Di queste parla il famoso testo di 1 Cor 12,7-11:
“A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro, invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue“.
I carismi in senso stretto sono definiti “gratiae gratis datae”, grazie date del tutto gratuitamente e indipendentemente dalla santità personale. Per questo i carismi in senso stretto possono essere elargiti anche ad un peccatore e perfino ad un pagano, come avvenne per Balaam, che predisse il sorgere di una stella per la nascita del Messia (Nm 24,17) e addirittura per la sua asina che profetò (Nm 22,28-33; 2 Pt 2,16).
Proprio perché vengono dati indipendentemente dalla santità personale non sono oggetto di merito. Ad esempio: uno può pregare per ottenere un miracolo, ma non può meritarlo. Si afferma inoltre che non sono soggetto di merito: questo significa che profetando o compiendo un miracolo, uno non compie necessariamente un atto meritorio, perché nel compiere il prodigio è più passivo che attivo. Per questo per la perfezione e santificazione personale vale immensamente di più il più piccolo atto di carità che il compimento del più grande miracolo.
Infine i carismi in senso stretto sono del tutto a vantaggio della comunità. Per questo “il giudizio sulla loro genuinità e retto uso spetta all’Autorità Ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (1 Ts 5,12, e 19-21)” (LG 12).
Esiste anche una gerarchia dei carismi. Paolo in 1Cor 14 confronta il carisma della profezia e il carisma del parlare in lingue, e apertamente dichiara: “In realtà è più grande colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue” (v. 5).

Glossolalia e canto in lingue

La glossolalia, che Paolo chiama anche “varietà delle lingue”, “dono delle lingue”, o “parlare in lingue”, è il dono sul quale l’apostolo ritorna con più insistenza, non perché più importante degli altri (viene anzi, per lui, all’ultimo posto tra il carismi), ma perché era quello che più aveva bisogno di essere disciplinato (cf. 1 Cor 12-14).
Il dono si presenta in due forme: o sotto forma di messaggi pronunciati in assemblea, o sotto forma di preghiera personale prolungata, nell’ambito privato. In ogni caso, si tratta di suoni e parole non appartenenti di solito a nessuna lingua già esistente, ma creati sul momento. Chi parla lingue non sa quello che dice; solo sa di dire, cioè consapevole del suo parlare, puoi iniziare, smettere, non è trascinato automaticamente.
Quando la cosa avviene in assemblea, il messaggio in lingue deve sempre essere seguito dalla interpretazione delle lingue, come la profezia doveva essere seguita dal discernimento (1 Con 12, 10; 14, 27-28). L’interprete non traduce quello che l’altro ha detto; piuttosto si sente spinto a dire qualcosa un’esortazione, una parola della scrittura che lui stesso dei presenti percepiscono con allegata al messaggio in lingue di cui si esprime il senso globale.
Quelli che esercitano il dono della glossolalia, soprattutto nell’ambito della preghiera personale, sono unanimi nel riconoscere che esso apre la via a una preghiera più profonda, ha un contatto con Dio più immediato, da cui traggono grandi benefici. A volte, serve a esprimere adorazione e lode, altre volte si traduce in una intercessione potente, in essa, la persona sperimenta un’unità nuova; È tutta la persona, fin dalle sue intime profondità, che prega e si apre a Dio, corpo, anima e spirito fusi insieme.
Tutti avvertiamo a volte il desiderio di andare aldilà dello schematismo delle parole e dei concetti. Questi costringono il nostro slancio espressivo a passare come attraverso delle caselle. Il moto del cuore ne risulta inevitabilmente “irretito” e ritardato. A questo limite si sfugge in due modi: o con il silenzio o con il trascendere le parole, che è che avviene nella glossolalia.
Insieme con il parlare in lingue, bisogna nominare anche il canto in lingue. È una sorta di parlare in lingue, trasportato sul piano musicale. Indica un cantare per ispirazione, senza parole o note prestabilite, ma modulando sul momento, sull’onda dell’impulso interiore dello Spirito, una sequenza di suoni. Paolo accenna spesso a questo cantare ispirato e carismatico:
“Siate ricolmi di spirito Santo, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni e cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore” (Ef 5, 18-19).
È un dono semplice e bellissimo. Non solo permette di trascendere lo schematismo delle parole e delle melodie note, ma fonde insieme un’intera assemblea, facendone davvero un cuore solo e un’anima sola. Serve a esprimere adorazione, lode, giubilo, ringraziamento calmo e maestoso a Dio. Sull’ultima nota di un canto conosciuto, o anche il mezzo è più totale silenzio, si innalza a poco a poco come un fruscio di voci che si eleva e si fonde, si fa forte e fragoroso, o lieve e adorante, come per una regia nascosta e, alla fine, si spegne spontaneamente, come ad un cenno invisibile.
Non bisogna pensare che tutto questo sia miracoloso. È però certamente un modo dello Spirito di edificare la comunità, di manifestare la sua presenza; in breve, un carisma. La migliore spiegazione della dinamica che porta al canto in lingue, è quella che ha illustrato sant’Agostino:
“Canta nel giubilo (Sal 33,3). Che significa giubilare? Intendere senza poter spiegare a parole ciò che con il cuore si canta. Infatti, coloro che cantano, sia mentre mietono, sia mentre vendemmiano, sia quando sono occupati con ardore in qualche altra attività, incominciano per le parole dei canti a esultare di gioia, ma poi, quasi pervasi di tanta letizia da non poterla più esprimere a parole, lasciano cadere le sillabe delle parole si abbandonano al suono del giubilo. Il giubilo è un certo suono che sta indicare che il cuore vuole dare alla luce ciò che non può essere detto. E a chi conviene questo giubilo, se non a Dio ineffabile? Ineffabile, infatti, e ciò che non può essere detto; e se non puoi dirlo, ma eppure puoi tacerlo, che ti resta se non giubilare, in modo che il cuore si apra a una gioia senza parole e la gioia si dilati immensamente aldilà dei limiti delle sillabe?”.

Per la meditazione personale:

Gv 4, 10-14; Gv 7, 37-39; Rm 5, 1-5.
Ef 4, 4, 4-13; 1 Pt 4, 10-11; Rm 12, 4-8.
1 Cor 12-14
Ef 5, 18-20

Lo Spirito Santo, principio della nuova Alleanza (di Vittorio)

A Gerusalemme accanto al Golgota e al Sepolcro c’è un altro luogo in cui Pasqua e Pentecoste vengono anticipate, collegate; vengono messe da Gesù in relazione.
E’ un luogo desiderato da Gesù, un luogo “strategico” nell’economia della salvezza: è il Cenacolo.
“Andate in città, vi verrà incontro un uomo. Là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’ è la mia stanza perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta là preparate per noi” Mc. 14,14-15….Così ha inizio la Pasqua.
“Ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto. Io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” Lc.24,49 Cosi ha inizio la Pentecoste
Sempre riguardo alla Pentecoste in Atti 2 leggiamo: “Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo…”
Ma se la Pasqua e la Pentecoste come feste già esistevano perché allora una NUOVA Pentecoste e una NUOVA Pasqua?
Erano feste rievocative di fatti ed eventi lontani, ma ciò che prima era figurativo ora prende corpo, ora assumono il vero e definitivo significato.
La Pasqua antica dell’Esodo ci narra la fine di una schiavitù ed una libertà ritrovata, pensata, voluta, guidata, realizzata da Dio a beneficio del suo popolo trova pieno compimento nella nuova Pasqua di Cristo Risorto che ci libera da una diversa e più grande schiavitù del peccato, della morte, del lutto e del pianto.
E la Pentecoste cosa ci narra?…E quale figura realizza?
Tantissimi battezzati ricordano e festeggiano (e come festeggiano!!!) due feste: Natale e Pasqua e tutte le altre ? e della Pentecoste che è il finale esplosivo di tutto?
Pochi la conoscono, pochissimi la festeggiano tanto che sembrava declassata a festa di alcuni movimenti, quando invece la Pentecoste è il pieno compimento del mistero pasquale.Per una migliore costruzione di questo insegnamento tratteremo l’argomento in più punti:

1. La Pentecoste e la legge
La festività Pentecoste ha assunto un significato crescente: inizialmente la festa delle settimane, la festa del raccolto, l’offerta della primizia del grano, il conferimento della legge sul Sinai e l’alleanza narrata nell’Esodo,
Solo al tempo di Gesù ha cominciato a prendere un diverso significato.
La Pentecoste passa dunque da una festa legata al ciclo della natura ad altra festa legata alla storia della salvezza.
La PRIMA Pentecoste, la legge sul Sinai, avviene 50 giorni dopo la Pasqua, ovvero l’uscita dall’Egitto e dalla schiavitù e viene narrata con elementi naturali: tuoni, fuoco, terremoto.
La NUOVA Pentecoste, realizzata 50 giorni dopo la resurrezione, Luca ce la narra con gli stessi eventi: tuono, fuoco, vento.
Lo S. Santo scende sulla Chiesa proprio nel giorno in cui Israele ricorda il dono della legge dell’alleanza. Viene da chiedersi: come mai questa coincidenza?
Nella prima Pentecoste viene data la legge scritta con il dito di Dio, nello stesso giorno di Pentecoste venne lo S. Santo.
Nello stesso giorno in cui fu data la legge antica viene data la grazia dello Spirito; perché è LUI la legge nuova, la legge spirituale, quella che suggella la nuova ed eterna alleanza.
Ci viene in aiuto S. Agostino che così si esprime: “Chi non rimarrebbe colpito da questa coincidenza e differenza ? Cinquanta giorni dalla celebrazione della Pasqua fino al giorno in cui Mosè ricevette la legge in tavole scritte dal dito di Dio, similmente, compiuti i cinquanta giorni dalla morte e resurrezione di colui che come agnello fu condotto alla immolazione, il dito di Dio, cioè lo S. Santo, riempì di sé i fedeli tutti radunati insieme.”
Improvvisamente le profezie di Geremia ed Ezechiele prendono vita, vengono illuminate e ci sono chiare: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore. Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” Ger. 31,33
Quindi non più una legge scritta, incisa su tavole di pietra come sul Sinai, ovvero esterna all’uomo, ma sui cuori, una legge interiore.
Questa legge interiore ce la spiega Ezechiele che completa la profezia di Geremia:
“Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi” Ez.36,26-27
Nella lettera ai Romani S. Paolo si esprime così: “La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato che dà la morte” Rom.8,2
Quindi Paolo definisce lo Spirito – legge, anzi “La legge che è lo Spirito”
Questa conoscenza delle profezie S. Paolo nella 2 Cor. la rafforza quando definisce la comunità della nuova alleanza una “lettera di Cristo scritta non con inchiostro (vecchia legge), ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori”.

2. Lo Spirito di Cristo
Nell’A. T. leggiamo dello Spirito Santo come il soffio di Dio che crea e dà vita, ma con i profeti ed in particolare con Geremia ed Ezechiele l’azione dello Spirito passa da una azione esteriore e pubblica ad una azione interiore e personale dove lo Spirito è visto all’opera nel cuore di ogni uomo rinnovato interiormente e capace di osservare e praticare la legge di Dio.
In Rom. 5,5 leggiamo: ”Dio ha scritto la sua legge nei nostri cuori con lo S. Santo” e questa nuova legge è l’AMORE che ha effuso nei nostri cuori. Essa ci rende capaci di camminare secondo lo Spirito in linea col Vangelo.
Prima di Gesù esisteva la legge mosaica, cioè leggi esterne all’uomo, riti e norme da rispettare che non influivano sul cuore della persona per cui non modificavano affatto la situazione interiore della persona (potremmo dire che non erano incisivi per la conversione).
Come se dicessimo che la legge antica, come la definisce S. Paolo, ci dà la conoscenza del peccato, ma non toglie il peccato, non dona la vita.
Sì…. facevano le abluzioni per la pulizia delle mani ma il cuore rimaneva lo stesso.
L’egoismo, l’amore di sé, tanto forte da arrivare all’odio di Dio, non viene annullato dalla osservanza della legge, ma lo sarà solo se verrà ristabilita l’amicizia iniziale tra Dio e la creatura distrutta dal serpente.
Cristo con la sua redenzione ha compiuto proprio questo.
“Ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha reso possibile mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne”. Rm.8,3
C’era bisogno della vera Pasqua. Sulla croce Gesù ha tolto dall’umanità il cuore di pietra, il rancore, l’inimicizia, il risentimento contro Dio che l’uomo aveva accumulato sotto la legge. Gesù ha crocifisso l’uomo vecchio. Ha assorbito la nostra morte donandoci la sua vita e ha ristabilito il rapporto con Dio.
Lo S. Santo che a Pentecoste viene effuso sulla Chiesa dunque viene dalla Pasqua, è il soffio di Cristo risorto. Con la risurrezione, Gesù nuovo Adamo è lo “Spirito datore di vita”. La sera di Pasqua Gesù risorto nel cenacolo SOFFIA un alito di VITA NUOVA sui discepoli: “Ricevete lo Spirito Santo”.
Una attenta lettura nello Spirito ci dà il giusto accostamento di queste parole che ci rimandano alla profezia della nuova alleanza in Ez. 36 e subito al cap. 37 la profezia sulle OSSA ARIDE: “Ecco io faccio entrare in voi il mio Spirito e rivivrete… Dice il Signore Dio: Spirito vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano… Ecco io apro i vostri sepolcri e vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio” Ez.37,5
Le ossa aride erano tutto Israele in esilio senza speranza che diceva: “Noi siamo perduti”. La profezia ci proietta lontano con un orizzonte molto più ampio, verso l’intera umanità e non solo Israele che sotto il dominio del peccato è una immensa distesa di ossa aride, come in un sepolcro. S. Paolo ai romani 5,12 “La morte ha raggiunto tutti gli uomini”.
Su questa immensa distesa di morte si è riversato il potente soffio di Cristo risorto che sulla croce non “diede l’ultimo respiro e morì”, ma EMISE LO SPIRITO, ovvero ha donato a noi il suo Spirito, tanto che in Ef.2,5 leggiamo “Da morti che eravamo, ci ha fatto rivivere in Cristo”.
Quindi la realizzazione della profezia di Ez. è cominciata dallo stesso Gesù quando il Padre ha APERTO IL SUO SEPOLCRO – HA FATTO ENTRARE in lui il suo Spirito ed egli è tornato in vita divenendo il PRIMOGENITO DEI MORTI e PRIMIZIA DEI RISORTI.
Ora è lo stesso Cristo Risorto che soffia sui credenti facendoli rivivere e poi un giorno risuscitare: “Se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi”. Rm.8,11
Come i tralci ricevono VITA dalla vite così noi riceviamo la VITA dallo S. Santo.
Alcuni pensano che la Pentecoste offuschi la Pasqua o che lo S. Santo metta in ombra Gesù sono in totale errore in quanto lo Spirito non fa cose nuove, sono state già tutte realizzate, al contrario rende NUOVE le cose.

3. Cuore nuovo – dall’uomo vecchio all’uomo nuovo
 L’uomo vuole vivere e realizzare i suoi desideri ma senza Dio, perché le sue leggi
gli sono di intralcio. I comandamenti sono roba da bambini: questo lo puoi fare e questo no.
Questo egoismo lo pone in contrasto verso Dio, lo appesantisce, lo fa volare sempre basso ed è un egoismo che non può essere tolto dalla legge. Solo se viene ristabilita l’amicizia che in origine era con Dio, lo Spirito può entrare nell’uomo e cambiarlo nel suo interiore. E’ proprio questa riconciliazione che ha realizzato Gesù con la sua morte e resurrezione. 
E’ la novità dello S. Santo a Pentecoste. 
Lo Spirito viene all’uomo da parte di Dio e suscita in lui un altro uomo capace di amare Dio. Lo Spirito attesta all’uomo che Dio non gli è più di ostacolo, non più nemico, ma gli è favorevole, è un suo alleato. 
Ma Dio Padre fa di più: conquista il cuore dell’uomo ponendogli dinanzi ciò che ha operato per lui in Gesù perché la legge dello Spirito è la nuova legge, quella incisa da Gesù nei cuori a Pentecoste e che grazie al suo Spirito, come abbiamo già detto, fa nuove le cose.
A Pentecoste Gesù con il suo Spirito infonde nei cuori dei discepoli quell’amore del comandamento nuovo: “Che vi amiate gli uni gli altri” Gv.13,34. E’ la legge dello Spirito cha dà la vita ed è per opera dello Spirito che questo comandamento è nuovo.
Ripetiamo ancora che per lettera, come dice S. Agostino si intende ogni legge scritta.
Gli apostoli (i padri della nostra fede) hanno avuto il vantaggio di essere ammaestrati, istruiti in ogni dottrina dallo stesso Gesù, sono stati spettatori di tutte le immense grazie donate alla natura, alle persone. Lo hanno visto soffrire, morire, risorgere e ascendere al cielo, ma nonostante tutto in loro non avvenne nulla di nuovo, non mostrarono niente di diverso, di nobile, di spirituale, di migliore delle cose vecchie. Ma quando venne per loro il battesimo e lo S. Santo fece rumore, irruppe dentro le loro anime solo allora divennero NUOVI con una vita nuova. Addirittura divennero loro stessi GUIDE per gli altri, fecero ardere la fiamma dell’amore per Cristo e per i fratelli.
Ecco la legge scritta non più su pietra ma su carne... del cuore.
Noi siamo gli eredi delle stesse profezie di Ezechiele, ora noi riceviamo questa parola che ci dice: perderete il vostro cuore, subirete un trapianto di cuore e sarete trapiantati in una vita nuova.
Siamo disposti a perdere il nostro cuore?
Siamo capaci di dire: Dio è più importante del mio cuore?
Il mio cuore è fatto dalla mia storia, le mie convinzioni, le mie certezze, dalle mie verità. Dio invece ha un’altra storia per me, che meraviglia pensare che Dio può diventare il protagonista della mia vita, delle mie decisioni, della mia volontà,.
Ma perché tutto ciò si possa realizzare dobbiamo permettere a Dio di sostituire il nostro cuore di pietra con uno di carne, un cuore cioè docile alla volontà di Dio 
Ma viene da chiedersi come questa LEGGE, che è lo Spirito, AGISCE e come si può chiamare LEGGE.
Dando per vero e giusto che la legge nuova è il comandamento nuovo ovvero: “L’Amore di Dio riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” Rm.5,5, e che… “Siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli” 1 Gv.3,14 risulta molto strano e difficile pensare che si possa parlare di amore come un comandamento. Che amore è se non è libero ma comandato?.
Padre R. Cantalamessa ci dice che l’uomo può essere indotto a compiere una certa azione o per COSTRIZIONE o per ATTRAZIONE.
Nella costrizione c’è un fare con timore, sentiamo e viviamo la minaccia del castigo che possiamo chiamare LEGGE; l’amore al contrario ci porta al compimento per attrazione, senza alcuna costrizione esterna.
Noi siamo attratti dall’oggetto del nostro desiderio e l’anima, assetata di amore, è attratta dal suo desiderio che è il vivere in Dio.
Nella nuova alleanza, la volontà di Dio non si impone dall’esterno; è impressa nel cuore dell’uomo. Grazie a questo principio interiore, ovvero lo Spirito Santo, l’uomo può entrare personalmente in rapporto con Dio e vivere in comunione con lui.
Così lo S. Santo, ovvero l’amore, è un comandamento in quanto crea nell’uomo una volontà a seguire Dio in modo spontaneo, ama tutto ciò che Dio stesso ama. 
E’ come se vivessimo un perenne periodo di innamoramento che ci porta a gioire per ogni cosa, che ci fa sentire sempre bene, ci dona una gioia continua, ci fa sentire ogni cosa leggera, mai un peso e mai affaticati. Potremmo dire che vivere guidati dallo Spirito sotto questa grazia è vivere da perenni innamorati.
4. L'amore custodisce la legge

Viene da chiedersi in questa nuova dimensione dello Spirito che senso abbia l’osservanza dei comandamenti, dei precetti evangelici, delle tante leggi della Chiesa che in seguito sono state aggiunte ?
Queste norme esistono e sempre esisteranno anche dopo la Pentecoste, ma se non ci sarà il passaggio di cui si parlava, tutto resterà una legge scritta, fuori di noi.
La risposta è una e ci viene dal Vangelo e ce la dà lo stesso Gesù quando ci dice che non è venuto ad abolire la legge ma a darle COMPIMENTO.
E in Rm.13.10 leggiamo: “Pieno compimento della legge è l’amore” ---
L’amore non SOSTITUISCE la legge, ma la osserva, la COMPIE, la mette in pratica ovvero le dà compimento. Attenzione non tanto e solo COMPLETAMENTO ma ADEMPIMENTO.
Nella profezia di Ezechiele si attribuiva allo Spirito che doveva essere donato e al cuore nuovo la possibilità di osservare le leggi di Dio: “Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò mettere in pratica le miei leggi”.
Quindi questo nuovo comando non annulla i comandamenti ma li compie.
Ad una donna in attesa si danno un sacco di consigli e raccomandazioni, che lei osserverà non per una legge di costrizione, ma per una legge di amore per la creatura che porta in sé e tutto ciò che farà sarà in funzione di questo amore che è dentro di lei, non perché lo ha detto tizio e caio.
Possiamo affermare che l’amore è la forza della legge e la legge è la difesa dell’amore.
L’uomo che ama, più ama intensamente, più percepisce il pericolo che questo amore corre e che viene da lui stesso. Noi tutti sappiamo di essere volubili e vulnerabili, che possiamo stancarci e non amare più, siamo tutti a rischio, ma ora che siamo nell’amore e vediamo tutto chiaro vogliamo correre ai ripari LEGANDOCI a questo amore. Per chiunque decide di donarsi a DIO, ma sul serio, certamente grazie ad una vita sacramentale, forse anche grazie ad una vita comunitaria come il cammino che stiamo facendo insieme, scoprirà chi è Dio e che danno grave sarebbe perderlo.
Ciò che in Dio avviene per natura (ovvero è il SEMPRE AMORE) noi siamo chiamati ad attuarlo per volontà.
5. Una nuova Pentecoste per la Chiesa
Duemila anni fa e solo allora c’è stato il passaggio dall’A.T al N.T. realizzato da Gesù che, con il suo sangue, ha stabilito la NUOVA ALLEANZA.
La nuova alleanza è l’avvenimento più importante della storia del popolo di Dio; ed è un FATTO, non una idea. 
Stranamente noi alla nascita siamo vecchi. Nasciamo con l’uomo vecchio, con i desideri della carne, in rivolta contro Dio, con la sola fiducia nelle opere, nelle nostre capacità ovvero nasciamo sotto la legge. 
Il passaggio di diritto alla N. Alleanza avviene in poco tempo nel battesimo, al contrario il passaggio vero, cosciente, di fatto richiede la vita intera.
Spesso capita di affacciarsi, di entrare nella libertà dello Spirito e di aprirsi alla grazia per poi ricadere sotto la legge.
S. Paolo ne parla scrivendo ai Galati rimproverandoli perché sono ricaduti nella carne pur avendo cominciato nello Spirito: “Cristo ci ha liberato perché restassimo liberi, state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” 5,1
Paolo ci ammonisce dicendoci che possiamo uscire dalla grazia non solo con il peccato, ma anche con il troppo legalismo, con la ricerca della propria giustizia ma soprattutto con la PAURA: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura” Rm.8.15
Vivere nella NUOVA Alleanza, un esempio di Cantalamessa, è come nuotare contro corrente, si deve nuotare sempre altrimenti si è risucchiati dalla corrente.
Questo porta a farci una domanda seria: ma noi, IO quale sguardo ho verso Dio? Lo guardo con occhio di paura, timore, dello schiavo…o ho uno sguardo di fiducia, di figlio?
Purtroppo ancora oggi alcuni propongono una religiosità fondata sull’A.T. ovvero una religione di paura che insiste sui doveri, sulle pene mostrandoci la GRAZIA soltanto come un SUSSIDIO che, dopo tanti sforzi, ci viene concessa quasi in elemosina per sopperire a ciò che da soli non riusciamo a fare.
Al contrario il discorso è da capovolgere, ovvero la grazia mi viene data PRIMA perché io possa affrontare tutto e rendendo possibile ciò che andrò a compiere chiaramente con tutti gli sforzi che io andrò a metterci. 
S. Giovanni 1,17 “La legge fu data per mezzo di Mosè, ma la grazia per mezzo di Cristo Gesù”.
Traducendo in parole povere, oggi nella Chiesa gli uomini possono dare delle direttive, i fondatori di movimenti, gruppi, associazioni, possono dare leggi e redigere statuti ma alla fine è solo Gesù Cristo che, con il suo Spirito, ci dà la forza per viverle.
Avviandoci alla chiusura di questa riflessione, raccogliamo tutti in modo forte l’appello ad un profondo rinnovamento nello Spirito e ad una conversione nel Signore.
S. Paolo dice che sul nostro cuore c’è un velo che ci impedisce di entrare, vedere, gustare la gloria della nuova alleanza che sarà rimosso solo con la conversione al Signore.
S. Agostino nelle sue predicazioni, al popolo che lo ascoltava, invitava a spogliarsi di quanto è vecchio, perché abbiamo udito e conosciuto un cantico nuovo, un Testamento nuovo, un uomo nuovo. 
Negli ultimi anni il Signore in più parti della Chiesa ha suscitato questa NUOVA PENTECOSTE con una fioritura di doni, carismi e servizi (ricordiamo la fioritura della comunità di S. Leonardo) ma tutto ciò è solo il segno esteriore di qualcosa di ancora più grande, forte, vero, solido che è la bellezza di vivere con vera gioia la legge nuova che crea un cuore nuovo, un’ alleanza nuova e che rende possibile in Cristo Gesù un nuovo modo di amare e servire Dio.
La Pentecoste non è stata solo la realizzazione della profezia di Gioele che ci parla di sogni, visioni, prodigi, ma ancora prima sono realizzate le profezie di Geremia ed Ezechiele sul cuore nuovo e sullo spirito nuovo di Cristo, che non è solo una potenza guaritrice, ma un principio di vita nuova che non deve restare nell’esteriore ma deve entrare dentro rinnovando il cuore.
E allora togliamo quella patina di polvere, di cenere che ricopre il nostro cuore, la nostra vita spirituale. Nel Battesimo abbiamo avuto un dono che nessun recipiente può contenere: il FUOCO dello Spirito, che in molti è assopito, sonnecchiante, morente. Dentro di noi c’è la fiammella dello Spirito, dobbiamo continuamente alimentarla. Prendiamo coscienza della grandezza che c’è in noi e viviamola.
Invochiamo, chiediamo, desideriamo questo Spirito. 
Il Signore si accontenta già di questa predisposizione iniziale. Toccherà poi a Lui, che non tarderà a rendersi vivo e presente nel suo Santo Spirito .
RIFLESSIONI
Ez.31,31-34 “Ecco verranno giorni, dice il Signore, nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda io concluderò un’alleanza nuova. Non come l’alleanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi il loro Signore. Parola del Signore. Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”. 
Ef. 2.13-16 “Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia”.
Gv.6.63-64 “E’ lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita”
Eb.8,7-10 Se la prima (alleanza) infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di stabilirne un’altra. Dio infatti, biasimando il suo popolo dice: “Ecco vengono giorni, dice il Signore, quando io stipulerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda un’alleanza nuova; non come l’alleanza che feci con i loro padri, nel giorno in cui li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto; poiché essi non sono rimasti fedeli alla mia alleanza, anch’io non ebbi più cura di loro, dice il Signore. E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele dopo quei giorni dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. 
Eb.9,15-16 Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati riceveranno l’eredità eterna che è stata promessa. ”
Lc.22,20 Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”.

La giustificazione

Il peccato ci rendeva nemici di Dio, meritevoli della sua ira. Fin dall’inizio della lettera, Paolo richiama ai Romani un principio di carattere universale: L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà (1,18). Dove c’è il peccato, là non può non appuntarsi il giudizio di Dio contro di esso, altrimenti Dio verrebbe a compromesso con il peccato. Dio è il bene, tutto il bene, il sommo bene… per questo non può sopportare il male, altrimenti verrebbe a cadere la stessa distinzione tra bene e male. Per questo la Scrittura, anche nel NT non ricusa di parlare dei dies irae, del “vino dell’ira di Dio che è versato puro nella coppa della sua ira”.

Dio è giudice (quante volte compare quest’espressione nella Scrittura!), perché in sé stesso è Verità e Giustizia, e non può sopportare menzogna ed iniquità. Il Dio che “chiude un occhio”, quasi ammiccando al peccatore, non è il Dio cristiano.

E il peccato considerato con complicità, come “trasgressione”, come una marachella da “simpatiche canaglie” non ha niente a che vedere con senso biblico del peccato.

Nel leggere i primi due capitoli e mezzo della Lettera ai Romani si ha l’impressione dì camminare come sotto un cielo cupo e minaccioso. Ma andando avanti nella lettura, a un certo punto – precisamente in 3, 21 – si nota un cambiamento repentino di tono, annunciato dall’espressione temporale e avversativa: “Ora invece…”. Cambia il clima; è come se quel cielo cupo si fosse improvvisamente squarciato, facendo rivedere il sole. “Si è manifestata la giustizia di Dio”: ecco qual è il sole che è apparso sulle tenebre del peccato, ecco qual è la novità. Non sono gli uomini che, improvvisamente hanno mutato vita e si sono messi a fare il bene; no, la novità è che Dio ha agito e la sua azione fa compiuto i tempi. Il fatto nuovo è dunque che Dio ha teso per primo la sua mano all’uomo peccatore.  Leggere Rm 3, 23-26.

Dio si fa giustizia facendo misericordia! Ecco la grande rivelazione, ecco la “vendetta” di Dio sugli uomini che hanno peccato. Paolo dice che Dio è “giusto e giustificante”, cioè è giusto con se stesso quando giustifica gli uomini. Dio infatti è amore e misericordia, per questo fa giustizia a se stesso – cioè si dimostra veramente per quello che è – quando fa misericordia.

Questo è il “Vangelo”, cioè la bella notizia: si è manifestata agli uomini la benevolenza di Dio cioè la sua buona volontà riguardo agli uomini, il suo perdono; in una parola: la sua grazia. E Paolo stesso spiega così il concetto di “giustizia di Dio”:  Leggere Tt 3, 4-5. Dire: “Si è manifestata la giustizia di Dio” è come dire: “Si è manifestata la bontà di Dio , il suo amore, la sua misericordia”.

Dobbiamo rifletterci bene su queste parole, perché qui san Paolo ci sta dicendo che siamo riconciliati non perché noi, improvvisamente, abbiamo cambiato vita e comportamento e ci siamo messi a fare il bene: no! La novità è che Dio ha agito e la sua azione ha sconvolto i tempi e i modi della storia, ha teso per primo la sua mano all’uomo peccatore.

Paolo dice che il Vangelo è potenza di Dio per chiunque crede (Rm 1, 16); parla del “tempo” della divina pazienza che è compiuto” (Rm 3, 25 s). Queste parole sono l’eco fedele della predicazione di Gesù all’inizio del suo ministero: Leggere Mc 1, 15.

Quello che Gesù racchiude nell’espressione “Regno di Dio” – cioè l’iniziativa salvifica di Dio, la sua gratuita azione di salvezza a favore degli uomini – Paolo lo chiama con un altro termine, “giustizia di Dio”, ma si tratta della stessa fondamentale realtà, della stessa azione di Dio. “Regno di Dio” e “giustizia di Dio” sono accostati tra di loro da Gesù stesso quando dice: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia” (Mt 6, 33).

Noi siamo chiamati ad entrare in questo Regno che è apparso, ad entrare nella nuova alleanza. Ed entrarvi mediante la fede: “Credete al Vangelo!”. Prima c’è l’opera di Dio, poi la risposta dell’uomo – e non viceversa. Gli scribi e i farisei hanno inciampato proprio su questo punto: Leggere Rm 10, 3

Dio ha preso lui l’iniziativa della salvezza: ha fatto venire il suo Regno; l’uomo deve solo accogliere, nella fede, il dono di Dio e viverne, in seguito le esigenze. E’ come un re che apre la porta del suo palazzo dov’è apparecchiato un grande banchetto e, stando sull’uscio, invita tutti i passanti a entrare dicendo: “Venite, tutto è pronto!”.

La giustificazione avviene “gratis”, nel senso che noi non paghiamo alcun prezzo… Ma possiamo noi non pagare perché c’è stato Uno che ha pagato al posto nostro. Cristo è stato rifiutato e messo a morte per i peccati degli uomini. La fede “nel Vangelo” (“Credete al Vangelo!”) ora si configura come “fede in Gesù Cristo”, “nel suo sangue” (Rm 3, 25).

L’idea di giustizia, nel linguaggio biblico è adeguatamente rappresentata dall’immagine della bilancia: da una parte c’è il piatto di Dio, dall’altra c’è il nostro. Col nostro peccato si determina una situazione per cui sul piatto di Dio c’è un peso di miglia di tonnellate e sul piatto del nostro prezzo non c’è nulla, e noi ci affanniamo a metterci due grammi, un grammo e mezzo di buone azioni: non si giungerà mai al pareggio! Ma a questo punto succede qualcosa di sconvolgente: Dio si fa uomo e prende su di sé il peso del peccato: l’uccisione di Cristo carica il piatto di Dio di un peso infinito, per noi sembra la fine (il cielo si fa buio dall’ora sesta fino all’ora nona). Ma inaspettatamente la situazione si rovescia, perché Cristo salta sul piatto nostro e trasforma in nostro merito quello che era il suo.

Questo rovesciamento, la nostra giustificazione, ci dice san Paolo, viene operata “per mezzo della fede”: la fede viene a costituire una specie di appropriazione dei meriti di Cristo.

La prima e fondamentale conversione è dunque la fede. Per essa si entra al banchetto del Regno. Se ti fosse detto: la porta è l’innocenza, la porta è l’osservanza della legge, la porta è la tale o la tale altra virtù, avresti potuto trovare delle scuse e dire: Non è per me! Ma ti viene detto: La porta è la fede. Credi! Questa possibilità non è troppo alta per te né troppo lontana da te. Non è “di la dal mare”; al contrario: Leggere Rm 10, 8-9.

San Paolo insiste però con forza su una cosa: tutto questo avviene per grazia, per dono; non si contano le volte che egli ritorna su questo punto. Perché Dio è così intransigente a questo riguardo? Perché egli vuole escludere, nella nuova creazione, quel terribile tarlo che ha rovinato la prima creazione: il vanto dell’uomo. Leggere Rm 3, 27-28.

Noi siamo salvi per grazia mediante la fede; ciò non viene da noi, è dono di Dio; non viene dalle opere, e questo “perché nessuno possa vantarsene” (Ef 2, 8-9). L’uomo nasconde nel cuore una tendenza atavica che è quella di “pagare a Dio il suo prezzo”. Ma nessuno può riscattare se stesso o pagare a Dio il suo prezzo (Sal 49, 8). Voler pagare a Dio il suo prezzo, mediante i propri meriti è un’altra forma dell’eterno tentativo di rendersi indipendente e autonomo da Dio. Anzi, non solo autonomo, ma addirittura creditore di Dio, perché “a chi lavora il salario non viene calcolato come dono, ma come debito (Rm 4, 4). Ma “chi ha dato a Dio qualcosa per primo sì che abbia a riceverne il contraccambio?” (Rm 11, 35).

In questo modo non si annulla certo l’idea di merito, di mercede, e neppure quella di virtù, di impegno, di mortificazione e tutto il resto che è indicato chiaramente dal Vangelo; solo lo si colloca al posto giusto, non come causa della salvezza, ma piuttosto come effetto di essa, come cose che devono scaturire dalla fede. I meriti sono come dei solidi che un genitore mette di nascosto in tasca al suo bambino perché questi possa avere la possibilità di compragli un regalino per la festa del papà. Dice il Concilio di Trento: “Tale è la misericordia di Dio verso gli uomini da considerare meriti nostri quelli che in realtà sono dono suoi (DS 1548).

Ascoltiamo su questo punto san Bernardo:

“Io — dice —, quello che non posso ottenere da me stesso, me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore, perché è pieno di misericordia. Mio merito, perciò, è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti, finché lui sarà ricco di misericordia. Ché se le misericordie del Signore sono molte (cfr. Sal 119,156), io pure abbonderò di meriti. E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi ricorderò soltanto della tua giustizia. Infatti essa è anche la mia, perché tu sei per me giustizia da parte di Dio”.

Questa è la cosa più semplice e chiara del Nuovo Testamento, eppure non se ne parla quasi mai. In fondo si tratta di dire semplicemente un “sì” a Dio. Dio aveva creato l’uomo libero perché potesse accettare liberamente la vita e la grazia; accettarsi come creatura beneficata, “graziata” da Dio. Aspettava solo il suo “sì”; invece ricevette da lui un “no”. Ora Dio offre all’uomo una seconda possibilità, come una seconda creazione; gli presenta Cristo come espiazione e gli chiede: “Vuoi vivere in grazia di lui, in lui?”. Credere significa dirgli: “Sì, lo voglio”. E subito sei una creatura nuova, più ricca, sei “creato in Cristo Gesù” (cfr. Ef 2, 10).

Ascoltiamo su questo punto un altro Padre, san Cirillo di Gerusalemme:

“O bontà straordinaria di Dio verso gli uomini! I giusti dell’Antico Testamento piacquero a Dio nelle fatiche di lunghi anni; ma quello che essi giunsero a ottenere, attraverso un lungo ed eroico servizio accetto a Dio, Gesù te lo dona nel breve spazio di un ora. Infatti se tu credi che Gesù Cristo è il Signore e che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo e sarai introdotto in paradiso da quello stesso che vi introdusse il buon ladrone”.

Ed eccoci giunti alla conclusione del nostro itinerario: essere giustificati per la fede, a prezzo del sacrificio del Figlio di Dio, ci apre ad una speranza gioiosa, indicibile, incrollabile, che non delude, nella quale ci vantiamo, perché fondata sull’amore col quale Dio ci ha amati.

Chiediamo al Signore, nella nostra preghiera, che ci faccia guardare al passato con la luce della fede, al futuro con la forza della speranza e al presente con l’ardore della carità.

PER LA MEDITAZIONE PERSONALE:

  • Rm 3, 21-28
  • Tt 3, 3-7
  • Mc 1, 14-15
  • Rm 5
  • Rm 10, 3-13

Il peccato

Non si giunge a comprendere la portata del peccato e ad acquistarne un esatta cognizione in poco tempo. Eppure è cosa importantissima perché il nostro tempo ha perso il senso della sua gravità.

Tante difficoltà nella vita spirituale, tanti turbamenti della nostra anima sono generati da un’idea incompleta del peccato, come se questo fosse “solamente” un disordine morale, oppure una colpa che ci può essere imputata nel giudizio, o addirittura una mancanza al punto d’onore. Dobbiamo chiedere al Signore che sia Lui stesso a rivelarci il senso vero del peccato.

“Avere un idea debole del peccato – è stato detto – fa parte del nostro essere peccatori” (S. Kierkegaard). Nel cuore dell’empio parla il peccato… Egli si illude con se stesso nel ricercare la sua colpa e detestarla (Sal 36,2-3). Il peccato “parla” anch’esso, emette oracoli e la sua cattedra è il cuore dell’empio, cioè di ogni uomo che è figlio di Adamo e porta in sé il peccato.

Solo la Rivelazione può dunque farci capire la tremenda realtà del peccato. Io stesso che sono qui a discorrere del peccato sono un peccatore e dunque dovrei dirvi di non fidarvi troppo di me e di quello che dico! Sappiate almeno questo: che il peccato è cosa più seria, infinitamente più seria di quanto riusciamo a dire e a comprendere. L’uomo, da solo, potrà al massimo arrivare a capire il peccato contro se stesso, contro l’uomo, non il peccato contro Dio; la violazione dei diritti umani, non la violazione dei diritti divini. E difatti, se guardiamo bene, vediamo che questo è ciò che accade intorno a noi, nella cultura che ci circonda.

Se lasciamo che sia Dio e non l’uomo a parlare del peccato, non è facile rimanere indifferenti: la sua voce è tuono che “schianta i cedri del Libano”.

Vediamo come la S. Scrittura ci presenta il peccato nel suo sorgere: è una storia simbolica, ricca di insegnamenti per noi: Gn 2-3. Il brano vuole spiegare come mai, da un mondo che è usci­to tutto buono dalle mani di Dio possa nascere il peccato.

  • 2,4b-9.15: La creazione dell’uomo è preceduta dalla sua vocazione: Dio crea Adamo perché sia il custode della terra, colui che la rende bella, accogliente e che, attraverso la sua opera, entra in rapporto di amicizia gioiosa con Dio.
  • Gn 2,16-17 Perché questo rapporto possa realizzarsi l’uomo riceve un comando: non mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male.
  • Conoscenza nella bibbia non indica una dimensione intel­lettuale, ma un rapporto personale tra colui che conosce e l’oggetto della conoscenza: l’organo della conoscenza è il cuore, non il cervello.
  • Bene e male indicano dimensioni profonde dell’uomo: la positività e la negatività. Per cui “conoscere il bene e il male” significa essere il principio della positività e della negatività. E questo non è a portata dell’uomo, ma compete a Dio solo.
  • Il comando di Dio non è una tentazione, è un segno di amore: ponendosi come arbitro del bene e del male l’uomo smette di essere se stesso, si annulla, si confonde con Dio, e in questo non ci può essere amicizia.
  • 3,1: La tentazione si oppone dall’offerta di verità che Dio fa all’uomo. Il primo momento della tentazione parte dal punto in cui le cose di Dio cominciano ad apparire senza ragione, senza senso: la donna comincia a chiedersi (per opera del serpente) come mai Dio abbia posto questo comando.
  • 3,2-3: C’è una punta di irra‑gionevolezza nella donna: dice che non possono neanche toccare l’albero, mentre Dio ha detto solo che non ne possono mangiare: stiamo proiettando in Dio delle intenzioni che non sono sue: comincia ad aprirsi lo spiraglio attraverso il quale può nascere il dubbio esplicito su Dio: il dubbio che egli abbia dato questo comando non per amicizia, ma perchè è invidioso di noi.
  • 3,4-5: Cominciamo a vedere delle cose nelle quali pensiamo di poterci realizzare: Dio mi impedisce di realizzarmi in questo, dunque o Dio è cattivo e non mi vuole felice, o è buono, ma nei miei confronti non ha capito nulla. Si pensa che la vera felicità sia fuori di Dio. Il movimento della tentazione ci porta a vedere Dio per ciò che non è.
  • Peccato è rendere irragionevole la volontà di Dio su di me, è mettere in dubbio la bontà di Dio.
  • Una volta che la tentazione è arrivata a questi livelli, il peccato è già consumato: il fatto di mangiare realmente il frutto è secondario.
  • La radice del peccato, dice la Bibbia, è l’idolatria, e i nostri idoli non sono statuette: stanno nel nostro cervello, nel nostro cuore. Il dio che vuole il male, che si vendica e vuole il dolore… sono idoli che ci portano al peccato. Idolatria è la negazione radicale della rivelazione di Dio.
  • Il peccato consumato nella decisione mostra tutte le sue valenze di non-senso:
  • 3,6-7: La donna dona il frutto all’uomo, e il gesto di comunione fatto al di fuori di Dio provoca la frattura tra i due: si accorgono di essere nudi, di essere in balia l’uno dell’altro. Prima non avevano bisogno di schermi, perché c’era comunione tra loro, con Dio e col mondo; ora si accorgono di doversi difendere l’uno dall’altro.
  • Viene Dio, e ci si accorge che il rapporto con lui è rotto. Ed è alterato anche il rapporto col mondo, perché non vivono più nel giardino.
  • 3,8-11: Davanti alle domande di Dio scoppia la guerra: perisca pure l’altro, purché io sia salvo! E questa è la massima follia: aver paura di Dio, pensare che gli altri siano da distruggere.
  • 3,12-13: Chi è il colpevole? “La donna che tu mi hai messo affianco”, il serpente che è una delle tue creature… Il colpevole di tutto è visto in Dio che ha organizzato la trappola.

Follia dell’uomo: comprende che da solo non si può salvare, che degli altri non ci si può fidare e pensa che Dio sia il colpevole. Invece di scavare e comprendere le radici del non senso (il rifiuto dell’amicizia di Dio), invece di chiedere aiuto a Lui, ci si preclude l’ultima possibilità di salvezza, e questa è la fine.

  • 3,14-19: Gli “allora” di Dio non sono castighi: Egli si limita a prendere atto della realtà che si è creata: il luogo della massima positività (la generazione) è quello del massimo travaglio; è stravolto il rapporto tra l’uomo e la donna, col mondo, con la vita.

Davanti a questa realtà cosa fa Dio? Si chiude per sempre abbandonando l’uomo al suo destino? No. Si inserisce nella catastrofe dell’uomo con un atto di tenerezza: fa dei vestiti di pelle all’uomo e alla donna (3,27). E lascia una pro messa: un figlio di Eva schiaccerà la testa del serpente.

Dio non abbandona l’uomo peccatore. Quell’amicizia in cui l’uomo è stato creato può essere recuperata, e in maniera più grande, attraverso il lungo e faticoso cammino dell’alleanza e della redenzione che si realizza pienamente in Gesù Cristo.

Tutta la concezione morale dell’AT è centrata sull’alleanza. Comprendiamo allora come il peccato è essenzialmente rottura di questo rapporto. E’ il “no” dell’uomo all’alleanza. Solo secondariamente è trasgressione della legge, in quanto la legge è un elemento di questa alleanza. La radice di tutti i peccati è l’idolatria (Es 20,3; Dt 5,7), l’ingratitudine verso Dio (Is 1,2-4), la bestemmia (Es 22,27; Lv 24,11-16). Tutti gli altri peccati ne sono conseguenza.

  • La missione di Gesù è soprattutto liberazione dell’uomo dal peccato. Mt 9,1-13.
  • Tutti i miracoli debbono far convergere lo sguardo sul miracolo, ossia sulla redenzione (v.6)
  • Gesù guarda al cuore peccaminoso (v.4; cfr 15,18s)
  • “Costui bestemmia” (v.3.): il rifiuto di Cristo è “il peccato” imperdonabile.
  • Tutti sono peccatori e per tutti muore Cristo (v.12).
  • Il culmine nel sacrificio: Mt 26,28.
  • Per sottolineare la necessità della redenzione operata da Cristo e la libertà cristiana dal peccato, Paolo descrive a tinte fosche e toccanti la situazione dell’umanità peccatrice prima e fuori di Cristo. in Rm 3,10ss cita il Sal 14. per giungere alla conclusione che “Dove abbondò l’offesa, sovrabbondò la grazia” (5,20).
  • Il peccato si presenta come un’infausta potenza personificata, che è riuscita a stabilirsi in questo mondo. E’ tipico dell’uomo, ma ha in sé dei tratti demoniaci. L’uomo è incapace di liberarsene con le sue forze: solo Cristo salva.
  • L’insegnamento della Scrittura viene raccolto dal Concilio e riproposto per gli uomini del nostro tempo: GS 13.
  • Il peccato si aderge contro Dio, ma comporta l’auto-lesione dell’uomo:
  • la ragione, ossia l’intelligenza, risulta “per conseguenza del peccato in parte oscurata e debilitata” (GS 15);
  • la coscienza “diventa quasi cieca in seguito all’abitudine al peccato” (GS 16);
  • la libertà dell’uomo diviene fiacca “perché è stata ferita dal peccato” (GS 17)
  • la volontà umana è labile e ferita per di più dal peccato (GS 78).
  • Il peccato può minacciare perfino il progresso esteriore, p. es. tecnico ed economico, compromettendo l’umanità, fino a minacciarne addirittura l’esistenza. Il progresso umano, che rappresenta un grande bene per l’uomo porta però con sé una grave tentazione: GS 37.
  • Queste costatazioni non rappresentano però l’ultima parola, che è invece il messaggio della redenzione in Cristo: “Ma il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli la forza, rinnovandolo nell’intimo e scacciando fuori il principe di questo mondo che lo teneva schiavo del peccato” (GS 13; cfr. 22)
  • Se voi siete qui, per fare un cammino di vita nello Spirito, il primo passo di questo “rinnovamento” deve chiamarsi “redenzione” dal peccato.

Cammino di meditazione personale:

Sal 36 (35)

Gen 2,4b – 3,24

Mt 9, 1-13

Rm 1,18-32

Rm 2

Rm 3, 1-20.